La tragedia di Amendolara “ci lascia senza parole. Quattro giovani vite spezzate in modo così drammatico non possono essere ridotte a una semplice notizia di cronaca. Davanti a quanto accaduto sentiamo il dovere di fermarci, di riflettere e di lasciarci interrogare profondamente”. Lo dice al Sir don Giuseppe Cascardi, vicario episcopale per la carità e direttore della Caritas di Cassano all’Jonio, commentando la morte di quattro migranti ad Amendolara (Cs), lunedì. Quattro vite spezzate, come ha ricordato il vescovo, mons. Francesco Savino, richiamando tutti a non voltare lo sguardo altrove e a non lasciare che l’indifferenza diventi la risposta abituale davanti al dolore degli ultimi.
“Quando la vita umana perde valore e il denaro, l’interesse o il profitto prendono il posto della fraternità, la nostra società si ammala e smarrisce la propria umanità”, sottolinea don Cascardi.
Questi quattro ragazzi, tre afghani e un pakistano, “non sono numeri né statistiche. Sono persone, fratelli, portatori di una storia, di sogni e di speranze. La loro morte interpella la coscienza di tutti noi.
Per questo tornano alla mente le parole della Genesi: ‘Dov’è Abele, tuo fratello?’. È una domanda che Dio continua a rivolgere a ciascuno di noi e alla nostra comunità civile. E continua a inquietarci la risposta di Caino: ‘Sono forse io il custode di mio fratello?’. Il sangue degli innocenti continua a gridare dalla terra. Grida a Dio, ma grida anche alle nostre coscienze. Ci chiede se vogliamo continuare a restare sordi e distratti, se siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro un fratello oppure se abbiamo accettato che l’individualismo e la ricerca del guadagno prevalgano sulla dignità della persona”.
Per il direttore della Caritas cassanese, “non spetta a noi sostituirci a chi è chiamato ad accertare la verità dei fatti. Tuttavia, come credenti e come uomini, non possiamo non riconoscere che ogni volta che una persona viene sfruttata, umiliata o considerata meno importante del profitto, si consuma una sconfitta per tutta la società. È il fallimento di un modello che mette al centro il denaro e lascia ai margini la vita umana. Come Chiesa che vive e condivide le fatiche di questo territorio, affidiamo questi giovani alla misericordia di Dio e ci stringiamo con rispetto e dolore alle loro famiglie. Allo stesso tempo chiediamo al Signore di non lasciarci tranquilli, di non farci abituare a tragedie come questa”.
Di fronte a questa tragedia, serve una sola parola: “basta”, ha detto mons. Savino. “Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti e sulla paura di chi lavora senza tutele”. Per mons. Savino, quanto accaduto ad Amendolara “non è soltanto un fatto terribile da chiarire fino in fondo, ma una ferita morale, sociale e spirituale”, che interpella istituzioni, politica, Chiesa, comunità locali e mondo del lavoro. Il vescovo denuncia inoltre il caporalato, definendolo “una forma moderna di schiavitù che prospera dove il bisogno si trasforma in catena e la fragilità dei migranti viene convertita in profitto”.
Da qui l’invito a dire “basta con il silenzio delle convenienze” e con l’idea “che alcune vite valgano meno perché straniere, povere o migranti”.
I quattro uomini morti nel rogo, sottolinea mons. Savino, “non erano manodopera anonima, ma persone con un nome, una storia e una famiglia”. La loro morte “ci impedisce ogni neutralità”, mentre occorre “fare piena luce sull’accaduto, senza fermarsi alla superficie dei fatti, ma andando a fondo nei contesti in cui si intrecciano sfruttamento, ricatto, illegalità e controllo del territorio”. Il vescovo lancia un appello diretto alla politica affinché “non trasformi questa tragedia nell’ennesima passerella del dolore” e sottolinea che “occorre cercare la verità fino in fondo, senza timidezze e senza prudenza malintesa”, rilanciando una “mobilitazione civile” e una “rivolta delle coscienze”, perché la Calabria “non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”. Quanto accaduto ad Amendolara, conclude mons. Savino, “non deve essere archiviato come un episodio terribile tra i tanti, ma diventare uno spartiacque”.
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