“Il popolo libanese rifiuta la guerra e rifiuta la mentalità della guerra”. Mons. Mounir Khairallah, vescovo maronita di Batroun, nel nord del Libano, legge la drammatica crisi che attraversa il suo Paese con lo sguardo di chi conosce le ferite della storia ma continua a credere nella possibilità della riconciliazione.
In un’intervista al Sir, concessa a margine dell’assemblea generale di Signis Europa che si chiude oggi a Roma, il Libano appare come una nazione “ostaggio di interessi regionali e internazionali”, trasformata da molti decenni in terreno di scontro tra potenze che “regolano i propri conti sul nostro territorio”.
“Il Libano paga sempre il prezzo di guerre che non ha voluto”,
Mons. Mounir Khairallah (Foto Chiesa di Milano)
afferma il presule. Dalla questione palestinese alle invasioni israeliane, dalla presenza siriana alla nascita di Hezbollah sostenuta dall’Iran, fino alle strategie degli Stati Uniti in Medio Oriente, la storia recente del Paese dei Cedri è segnata da ingerenze esterne che ne hanno minato la stabilità. “La politica che si fa in Libano spesso non è politica libanese”, osserva. Secondo il vescovo, l’attuale conflitto affonda le proprie radici in una lunga catena di eventi iniziata con l’arrivo dei profughi palestinesi dopo il 1948 e proseguita con la militarizzazione del territorio libanese negli anni Settanta. Da allora il Paese è diventato il luogo dove attori regionali e internazionali hanno combattuto guerre per procura.
“Israele ha trovato nel Libano il pretesto per intervenire militarmente, mentre altre potenze hanno alimentato la presenza di milizie armate. Il risultato è che il Libano continua a essere una carta di scambio tra interessi politico-economici che lo superano”.
“Governare insieme”. Per mons. Khairallah, tuttavia, sarebbe sbagliato ridurre il Libano alla contrapposizione tra Israele e Hezbollah. “Anche molti sciiti rifiutano la logica delle milizie. Come è accaduto in passato ai cristiani con le loro formazioni armate, oggi una parte della popolazione subisce la pressione delle armi”. Il problema, aggiunge, non riguarda soltanto la sicurezza, ma anche il difficile equilibrio politico di un Paese composto da 18 comunità religiose che condividono il potere.
“Il Libano non può essere governato da una sola comunità. Dobbiamo governare insieme”.
È questa, secondo il vescovo, la lezione della storia libanese. Per questo guarda con favore agli sforzi del nuovo presidente, il cattolico maronita, Joseph Aoun (eletto il 9 gennaio 2025, dopo un lungo periodo di vuoto politico, ndr.) e del nuovo governo per ricostruire istituzioni statali indebolite da decenni di crisi. Il modello resta quello di un Paese capace di essere “messaggio di convivialità”, espressione che mons. Khairallah preferisce al più comune termine “convivenza”. Perché, spiega, “Noi non viviamo semplicemente uno accanto all’altro. Viviamo insieme, condividendo la vita quotidiana”. Tra le priorità indicate dal presule, per una rinascita del Paese dei Cedri, vi è il riconoscimento internazionale della neutralità del Libano. “Vorremmo essere come la Svizzera o l’Austria: un Paese neutrale, fuori dai conflitti regionali”. Un obiettivo che però si scontra con gli interessi dei Paesi vicini e con gli equilibri geopolitici del Medio Oriente.
Foto Caritas Libano
Crisi economica. Alle ferite della guerra si sommano quelle della crisi economica. Il crollo del sistema bancario nel 2019 ha travolto milioni di famiglie. Mons. Khairallah racconta la storia di un nipote emigrato in Nigeria per costruirsi un futuro: dopo anni di sacrifici e risparmi depositati nelle banche libanesi, si è ritrovato senza nulla. “Ha dovuto ricominciare da zero. È la storia di migliaia di giovani costretti a lasciare il Paese”. Oggi il nipote vive e lavora a Dubai, dove ha portato la sua famiglia. A questa crisi si sono aggiunti l’esplosione del porto di Beirut, il 4 agosto 2020, che causò 220 vittime e danni per più di 6 miliardi di dollari, e l’arrivo di circa due milioni di profughi siriani in una nazione, rimarca il vescovo, che “conta poco più di quattro milioni di abitanti”. Nonostante tutto, il presule maronita continua a vedere segni di speranza. “Se il Libano venisse lasciato in pace e libero, potrebbe ripartire in pochi mesi”. In questo contesto la Chiesa svolge un ruolo essenziale. “Cerchiamo di sostituire uno Stato che è crollato, aiutando le famiglie, sostenendo le scuole, gli ospedali e chi non ha nulla. Ma la Chiesa non può essere uno Stato”. Particolarmente intensa è l’opera nelle zone di frontiera con Israele, al sud, dove molte comunità cristiane hanno scelto di restare nonostante i bombardamenti.
La radice profonda. La radice più profonda della speranza di mons. Khairallah è però il perdono. Una convinzione che nasce dalla sua stessa esperienza personale. “A cinque anni – ricorda – vidi i miei genitori assassinati davanti ai miei occhi da un uomo armato, un siriano. Sono riuscito a perdonare perché sono stato educato al perdono e non alla vendetta”. Da sacerdote prima e poi da vescovo ha trasformato questa ferita in una testimonianza rivolta soprattutto ai giovani. Emblematico è il racconto dell’accoglienza offerta nel 2006 a 15mila sfollati sciiti provenienti dal sud del Libano durante la guerra tra Israele e Hezbollah. Ospitati nelle scuole e nelle strutture ecclesiali della sua diocesi di Batrun, quei profughi sperimentarono una solidarietà che lasciò un segno profondo. “Una giovane musulmana, Fatima Berrou – racconta mons. Khairallah – chiese di portare nel proprio villaggio una grande croce che era stata collocata nel campo di accoglienza. ‘Vivendo con voi – mi disse – abbiamo capito il significato del perdono e della carità’”, spiegò. Un altro uomo, che aveva perso diversi familiari durante l’invasione israeliana del 1978, confidò al vescovo di aver compreso, dopo quell’esperienza, che “l’odio genera altro odio” e di voler provare a perdonare. Per mons. Khairallah è questa la vera missione dei cristiani in Medio Oriente: costruire ponti e testimoniare una logica diversa da quella della vendetta.
“La carità è importante, ma il perdono è la sfida più grande”, conclude.
“Vivendo il perdono si scopre una serenità interiore che illumina anche gli altri. È questa la nostra speranza. Il Libano ha affrontato altre prove nella sua storia e saprà rialzarsi ancora. Non sappiamo come, ma sappiamo che un futuro è possibile”.
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