Energie rinnovabili. Milano: “Per trasformare l’overgeneration in opportunità occorre implementare la riforma europea del Market Design”

Scritto il 05/06/2026
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Anche le energie rinnovabili hanno un tallone di Achille? L’allarme nasce dal fatto che le rinnovabili producono energia nelle ore sbagliate causando il fenomeno conosciuto come overgeneration, che indica una situazione in cui la produzione di elettricità supera la domanda della rete in un determinato momento. Questo fenomeno si verifica soprattutto con fonti come l’energia solare fotovoltaica e l’energia eolica, perché la loro produzione dipende dalle condizioni meteorologiche e non può essere regolata con la stessa facilità delle centrali tradizionali. Di overgeneration e possibili soluzioni per ovviare al problema parliamo con Giuseppe Milano, segretario generale di Greenaccord Ets.

(Foto: Redazione)

Che cos’è esattamente il fenomeno dell’overgeneration nelle energie rinnovabili e quali fattori ne favoriscono la comparsa?
L’overgeneration è la condizione in cui la produzione da fonti rinnovabili non programmabili (soprattutto fotovoltaico ed eolico) supera la capacità del sistema elettrico di assorbirla, trasportarla o utilizzarla nel momento in cui viene generata. I fattori che la favoriscono sono tre: picchi simultanei di produzione, soprattutto fotovoltaica nelle ore centrali del giorno; domanda insufficiente o poco flessibile, incapace di spostarsi verso le ore di massima generazione; reti non adeguate, che generano congestioni e impediscono di trasportare l’energia dove servirebbe.

Perché è un problema?
Perché un sistema elettrico non può permettersi di produrre energia pulita e poi sprecarla. L’overgeneration genera uno spreco di energia rinnovabile, che viene “tagliata” (curtailment); prezzi negativi, che distorcono il mercato; perdita di valore degli investimenti in nuovi impianti; instabilità operativa, perché la rete deve gestire variazioni rapide di produzione. In altre parole:

più rinnovabili abbiamo, più diventa urgente oggi avere un sistema capace di usarle.

Quali sono le principali conseguenze dell’overgeneration per la stabilità della rete elettrica e per il mercato dell’energia?
Sul piano tecnico, l’overgeneration riduce la inerzia di sistema, perché gli impianti rinnovabili non forniscono stabilizzazione come le centrali tradizionali; aumenta la necessità di servizi ancillari (regolazione di frequenza, riserva rapida, bilanciamento); costringe i gestori di rete a interventi di curtailment sempre più frequenti. Sul piano economico, invece, questo fenomeno genera prezzi negativi nelle ore di picco; riduce la redditività degli impianti, soprattutto fotovoltaici; rende più complessa la pianificazione degli investimenti; accentua la volatilità del mercato all’ingrosso. Di fatto, dunque, si genera un paradosso: più rinnovabili installiamo, più rischiamo di non valorizzarle, più compromettiamo la transizione energetica, più restiamo dipendenti dai combustibili fossili e dai Paesi illiberali che ne detengono il controllo.

Ci sono modi per superare le criticità e trasformarle in fattori positivi?
Sì, ma solo se si cambia radicalmente paradigma. E attualmente il nostro Paese non sta facendo tutto quello che servirebbe, nella giusta velocità e con l’intensità che ci si aspetterebbe. Secondo Terna, il nostro Paese dovrebbe produrre dai 12 ai 15 GW annui di nuova potenza elettrica, siamo a meno della metà con il concreto rischio di non raggiungere gli obiettivi internazionali fissati al 2030.

L’overgeneration, pertanto, diventerebbe un’opportunità se la domanda diventasse gestibile e flessibile; se la rete diventasse intelligente e bidirezionale; se gli accumuli diventassero parte integrante del sistema e se i mercati premiassero la flessibilità e non solo la produzione.

In questo scenario, l’energia in eccesso non sarebbe più un problema, ma un vantaggio competitivo: energia abbondante, pulita e a basso costo che abilita nuovi processi industriali.

In che misura i sistemi di accumulo, come le batterie e il pompaggio idroelettrico, possono contribuire a gestire l’eccesso di produzione da fonti rinnovabili?
Gli accumuli sono la risposta più immediata e strutturale. Le batterie e il pompaggio idroelettrico possono, infatti, assorbire i picchi di produzione; restituire energia pulita nelle ore serali (quando solitamente si usano i fossili, ad un prezzo più alto); fornire servizi di stabilizzazione alla rete (inerzia sintetica, regolazione di frequenza) e ridurre drasticamente il fenomeno del curtailment. Secondo le stime più recenti, in Europa, gli accumuli potrebbero assorbire fino al 30–40% dell’overgeneration prevista entro il 2030, se installati con sufficiente rapidità. E le ultime iniziative del Mase, con il bando Macse, vanno in questa direzione, ma bisognerebbe accelerare.

Esistono già esempi concreti, in Italia o all’estero, in cui l’over generation è diventata una sfida significativa? Quali soluzioni sono state adottate?
Il fenomeno è già evidente nel Sud, soprattutto in Puglia, Sicilia e Sardegna. Terna ha registrato episodi di overgeneration da congestione che hanno portato a tagli significativi dell’eolico e al prezzo negativo dell’energia. Le soluzioni adottate includono, principalmente, i nuovi elettrodotti in corso di realizzazione ad opera di Terna (Tyrrhenian Link, Adriatic Link); le prime iniziative di accumulo utility-scale e la promozione da parte dl alcuni fornitori di servizi per la flessibilità, come la gestione per la domanda, ossia il provare a concentrare i carichi domestici nelle fasce orarie a più alta produzione con bonus economico garantito per chi in media aumenta i propri consumi. All’estero, la principale soluzione tecnologica adottata, insieme al potenziamento delle infrastrutture, è la realizzazione di batterie di taglia industriale nelle aree degradate o nelle aree urbane sottoutilizzate.

Con l’aumento previsto della capacità solare ed eolica nei prossimi anni, quali interventi ritiene prioritari per trasformare l’over generation da problema a opportunità?

Per trasformare l’overgeneration in un’opportunità, oggi la priorità è implementare bene ciò che la riforma europea del Market Design già mette a disposizione.

Il primo pilastro riguarda la stabilità degli investimenti: strumenti come i Contratti per differenza (CfD) e i Power Purchase Agreement (PPA), rafforzati dal nuovo quadro regolatorio, servono a proteggere rinnovabili e accumuli dalla volatilità dei prezzi e dai picchi negativi tipici delle ore di surplus, garantendo segnali economici chiari per continuare a investire. Il secondo pilastro è la flessibilità di sistema, che la Direttiva 2024/1711 rende finalmente obbligatoria: mercati locali della flessibilità, partecipazione attiva della domanda, integrazione di risorse distribuite, comunità energetiche, veicoli elettrici e accumuli. L’overgeneration diventa così un segnale economico a cui il sistema può rispondere, assorbendo energia nei momenti di picco invece che sprecarla (con il “curtailment”). Il terzo pilastro riguarda reti e accumuli come infrastrutture strategiche. La riforma chiede ai diversi operatori della rete di pianificare investimenti anticipatori, digitalizzare la rete e rimuovere barriere agli accumuli, riconosciuti come risorse essenziali per sicurezza e bilanciamento. Questo permette di ridurre la congestione, valorizzare i picchi e abilitare nuovi usi industriali dell’energia a basso costo. In sintesi,

il nuovo Market Design offre già gli strumenti per passare da un sistema che subisce l’overgeneration a uno che la contrattualizza, la assorbe e la valorizza, trasformandola in un vantaggio competitivo per il sistema elettrico e per l’economia.

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