Venezia 83, un reduce del Vietnam e un reparto di neuropsichiatria: due film che scuotono

Scritto il 05/09/2026
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Terzo giorno a Venezia 83. In gara due sguardi sociali potenti, che indagano le ferite dell’anima e i traumi della guerra. Anzitutto il film denuncia “Mr. Nelson, Did You Kill People?” del giapponese Shinya Tsukamoto, dall’omonimo romanzo biografico di Allen Nelson, afroamericano al fronte in Vietnam che rielabora i traumi del conflitto e le colpe di cui si è macchiato: un viaggio nei sentieri del dolore che apre al perdono. Con Rodney Hicks e Geoffrey Rush. In gara anche il francese “15/18” (“A Place to Heal”) di Cédric Kahn, fotografia livida di un reparto di neuropsichiatria per adolescenti, tra giovani in affanno, genitori smarriti e personale medico sotto un fuoco di fila di emozioni. Un’opera in bilico tra denuncia e tenerezza.

(Foto Ufficio stampa)

“Mr. Nelson, Did You Kill People?” – Concorso

Un film duro, in alcuni passaggi difficile da sostenere: un viaggio immersivo nell’animo tempestoso di un reduce che a stento contiene mostri interiori e rimpianti. È “Mr. Nelson, Did You Kill People?”, scritto e diretto da Shinya Tsukamoto (“Fires on the Plain”), che si confronta con la dolorosa biografia di Allen Nelson, afroamericano arruolatosi e inviato al fronte in Vietnam, che ha poi dedicato la vita a incontri pubblici, soprattutto con i più giovani, per raccontare come la guerra trasformi i soldati in un’umanità corrotta e degradata. Con Rodney Hicks e il premio Oscar Geoffrey Rush.
La storia. New York, fine anni Sessanta. Allen Nelson è appena tornato dal fronte del Vietnam con profonde cicatrici interiori. Ha paura di tutto, dai rumori improvvisi alle proprie reazioni. La guerra e le uccisioni di cui si è macchiato lo inseguono tra sogni e allucinazioni. L’incontro con Linda e con il terapeuta Daniels lo spingerà a fare i conti con l’indicibile.
“Se è naturale temere di diventare vittime di una guerra, questa storia ci fa comprendere che diventarne carnefici è altrettanto terrificante”, ha indicato il regista. “Raramente i soldati che hanno compiuto atti di violenza ne parlano. Allen, al contrario, ha scelto di testimoniare con trasparenza, restituendo un senso alla propria esistenza e aiutando molti a comprendere la cruda realtà della guerra”. Tsukamoto firma un’opera potente, a tratti respingente, ponendo lo spettatore in una sorta di soggettiva davanti alle tempeste interiori di Allen e facendogli rivivere quel mosaico di sangue, atrocità e voci sguaiate dei giorni al fronte. Allen aveva già sperimentato la violenza nell’infanzia, in famiglia, come pure le limitazioni razziali del tempo; in Vietnam si lascia trascinare dai commilitoni in una spirale dove “libera” le frustrazioni accumulate. Un viaggio nei sentieri del Male.
Un film che non è solo un racconto immersivo disperante, ma anche una storia di risalita, che parte dal desiderio di espiazione e dalla ricerca del perdono, dove famiglia e aiuto psicologico giocano un ruolo centrale. Ottimi gli interpreti, al servizio della vis narrativa di un autore che aggiunge un tassello inedito al racconto cinematografico della guerra. Complesso, problematico, per dibattiti.

(Foto Ad Vitam Films)

“15/18” (“A Place to Heal”) – Concorso

Un film che colpisce con durezza, ma conquista al primo sguardo. È “15/18” (“A Place to Heal”) del francese Cédric Kahn, che firma il copione con Kahina Le Querrec. Uno sguardo ravvicinato sui disagi giovanili, pedinando pazienti, medici e infermieri di un reparto di neuropsichiatria. Giovani spezzati, provenienti da famiglie assenti e disperse, che provano a guadagnarsi un’opportunità di futuro. Un racconto essenziale, che denuncia senza mai essere ricattatorio.
La storia. Francia, oggi. Un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni trascorre un periodo di ricovero nel reparto di neuropsichiatria di un ospedale. Ragazzi che condividono il fermento dei loro anni verdi insieme a patologie e fragilità. Grazie a psichiatri e infermieri provano a misurarsi con le proprie sfide, desiderando tornare alla vita di fuori.
“Con Kahina Le Querrec ci siamo immersi nei reparti di psichiatria per adolescenti, che ci sono apparsi come il luogo in cui si concentrano tutte le ferite della società: il bullismo, le angosce generate dalle guerre e dalla crisi climatica, la droga, il razzismo, le tensioni sociali”, ha dichiarato il regista. Kahn, tra i cui lavori figura “Il caso Goldman” (2023), compone un film intenso e asciutto, che mostra con realismo le fragilità dei ragazzi di oggi, tra isolamento sociale e mancanza d’affetto familiare; ragazzi che gridano un malessere in cui sono stati precipitati dalla vita. L’autore li racconta, insieme a chi li segue a livello medico, con sguardo lucido ma mai asettico. Li mostra in tutte le loro sfaccettature, dalle note più drammatiche ai sorrisi carichi di vitalità, in un percorso possibile di risalita verso un’età adulta che può schiudere ancora un futuro. Opera acuta, vibrante, dai riverberi sociali ed educativi. Un film che per freschezza e attualità meriterebbe un posto nel palmarès di Venezia 83. Complesso, problematico, per dibattiti.

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