Il dibattito alimentato in questo fine settimana – 19 e 20 settembre – dalle varie formazioni politiche anticipa il clima che ci accompagnerà da qui alle elezioni del prossimo anno. Nessuna novità in realtà: i partiti non hanno fatto alcun passo avanti rispetto a un confronto politico che appare avvilente ormai da quattro anni. Immigrati, Ucraina, il “fenomeno Vannacci” e l’avanzata delle destre restano gli argomenti più gettonati, accompagnati da manovre elettorali vecchie e offensive per l’intelligenza dei cittadini. Appare stucchevole che, di fronte a una situazione internazionale incandescente e ai tanti problemi interni irrisolti, ci si attardi a inseguire questioni di basso profilo che, benché preoccupanti non possono far perdere la testa a forze che si candidano a governare scenari interni e internazionali, davvero complessi, a iniziare dal destino dell’Unione europea. “Per essere italiani nel mondo – affermava la compianta Emma Bonino – dobbiamo essere europei in Italia”. Di fatto, la fine dell’estate ci ripropone un contesto politico senza fantasia, ancora più diviso, frammentato e rissoso, rispetto a quello della scorsa primavera. Da una parte il governo intento a magnificare i suoi successi, primo fra tutti il record di durata; dall’altra, le opposizioni pronte a criticare ogni iniziativa dell’esecutivo e a disconoscerne ogni risultato, compresi quelli più evidenti. È vero che la stabilità non è sinonimo di efficienza e che, per taluni, si è trattato piuttosto di un’occasione perduta dal governo Meloni, non essendo stato capace di approvare in quattro anni le tante riforme annunciate (premierato, magistratura, autonomia differenziata e altre ancora). È anche vero che la stabilità, l’aumento dell’occupazione, la tenuta dei conti pubblici, il calo dello spread, costituiscono, almeno questi, risultati che anche l’opposizione dovrebbe riconoscere. In questo scenario, come si apprestano i partiti ad affrontare le prossime elezioni? Quelli di maggioranza divisi, come sono, sulle questioni internazionali (sostegno all’Ucraina e ruolo dell’Unione europea) e “ossessionati” dall’avanzata di Vannacci, il “campo largo”, tormentato da tensioni quasi insanabili – l’aiuto all’Ucraina su tutte – e alle prese con la questione dirimente del candidato premier. Chi intende proporsi agli elettori ha il dovere di presentare proposte chiare, specialmente sulle questioni di fondo – Unione europea, sanità, scuola, povertà, Intelligenza artificiale, crisi climatica, sicurezza, produttività e altre ancora – indicando, altresì, la direzione verso la quale vuole condurre il Paese in un momento di grandi cambiamenti e turbolenze. La risposta ai tanti problemi non può ridursi individuando nell’immigrazione la causa di tutti i mali. Di fronte a un quadro politico così inquietante, è facile prevedere un’ulteriore affermazione del partito dell’astensione e la contemporanea avanzata delle forze populiste, le quali, intercettando le paure della gente, propongono soluzioni immediate, facili, ancorché difficili da attuare. In una situazione così critica e di fronte all’incapacità delle istituzioni di dare risposte concrete, si auspica che si levi forte la voce della società civile e, in particolare, quella delle organizzazioni presenti nel mondo cattolico, per richiamare le forze politiche a prendere consapevolezza della missione cui sono chiamate. “Si, cari amici, è l’ora della responsabilità”, ha detto, tra l’altro, Papa Leone lo scorso 22 agosto intervenendo al Meeting di Rimini dove, a margine della visita papale, hanno partecipato, anche, i vertici delle associazioni e dei movimenti ecclesiali. Non per dare vita a un nuovo partito dei cattolici, ma per ribadire, al di là degli steccati di destra e sinistra, il loro impegno comune su pace, sviluppo integrale, sostenibilità e impegno sociale.
(*) direttore de “La Vita diocesana”
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