(Subiaco) “Ogni tradizione religiosa nella storia dell’umanità ha prodotto, nello stesso arco di tempo e spesso anche nello stesso contesto, retoriche e pratiche di guerra, così come parole, teologie e pratiche di pace”. Si può sintetizzare così il senso del convegno “Le religioni e la pace”, svoltosi ieri a Subiaco per iniziativa del Tavolo Sublacense della Pace e della Nonviolenza in collaborazione con l’Università Roma Tre, il Comune locale e con il patrocinio del network internazionale ShaRP. A proporre questa chiave di lettura è stata Mariachiara Giorda, ordinaria di Storia delle Religioni all’Università Roma Tre, per la quale “L’esercizio più sbagliato che si potrebbe fare è chiederci quale rapporto esista tra le religioni e la pace in termini di classifica delle religioni più pacifiche e di quelle meno pacifiche, oppure compilare il catalogo delle guerre, delle persecuzioni religiose o degli attentati commessi nel nome di un Dio”. Secondo la studiosa, infatti,
“nessuna religione sfugge al rapporto dialettico e complesso tanto con la guerra quanto con la pace”.
Per questo, ha aggiunto, interessa relativamente distinguere tra guerre realmente motivate dalla religione e conflitti nei quali la religione viene utilizzata come giustificazione: “Le religioni sono sempre completamente impastate con la società, con la politica, con la cultura e con l’economia”. Pensare che esistano da una parte le religioni e dall’altra il mondo reale sarebbe, ha detto, “un grave errore di interpretazione del reale, della storia e della società”. Giorda ha quindi richiamato il significato che il tema della pace assume nelle grandi tradizioni religiose. Lo “shalom” della tradizione ebraica non è soltanto un augurio, ma “anche un impegno per il futuro e per il presente. Non è soltanto qualcosa che si trova come dato di fatto, ma qualcosa su cui si deve lavorare”. Lo stesso concetto attraversa il cristianesimo, da “beati gli operatori di pace” fino ai saluti delle lettere paoline, mentre nell’Islam la pace è legata alla stessa idea di relazione evocata dalla radice di “salam”. Ma il punto centrale, ha precisato, è che
“non esiste ‘la pace religiosa’ o ‘la pace delle religioni’:
esistono pluralità di idee di pace, spesso anche in tensione tra loro all’interno della stessa tradizione religiosa”. Ciò che accomuna queste esperienze è piuttosto la tensione verso un obiettivo da raggiungere:
“La pace è qualcosa che deve essere conquistato, non violentemente; qualcosa a cui si arriva”.
“Geografie della pace”. Accanto ai testi e alle elaborazioni teologiche, la docente ha richiamato l’attenzione sulle pratiche concrete e sui luoghi nei quali la convivenza prende forma. Citando esperienze come l’incontro interreligioso di Assisi del 1986 e la rete internazionale Religions for Peace, ha parlato della nascita di vere e proprie “geografie della pace”. Tra queste la House of One di Berlino, che intende riunire chiesa, sinagoga e moschea, e l’Abrahamic Family House di Abu Dhabi.
“Non rappresenta una pace già compiuta, ma richiama la possibilità della convivenza: non mescolamento, non sincretismo, ma convivenza”,
ha spiegato riferendosi al progetto interreligioso berlinese, nato nel 2011. Particolarmente significativa la riflessione sugli spazi religiosi condivisi, al centro delle ricerche di ShaRP, (SHAred Religious Places LABoratory), il Centro interuniversitario di studi e ricerca sugli spazi religiosi condivisi attivo presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università Roma Tre. Giorda ha ricordato il santuario di Sant’Antonio a Laç, in Albania, dove cattolici, ortodossi, musulmani, rom e bektashi si recano insieme in pellegrinaggio. Fenomeni analoghi si registrano anche a Singapore e a Istanbul. Ma gli stessi luoghi possono diventare scenari di tensione e violenza. “Se penso a Sant’Antonio da Padova a Laç, posso mostrare e argomentare come quelle religioni siano pacifiche perché esiste la coesistenza. Se mi sposto a Hebron, alla Tomba dei Patriarchi, posso argomentare l’ipotesi opposta”. Da qui la conclusione della studiosa: “Non esiste né una classifica delle religioni più o meno pacifiche, né una classifica delle religioni più o meno violente”. La chiave interpretativa resta il contesto storico, politico e sociale nel quale le comunità vivono.
Islam, pace e conflitto. Un invito ad abbandonare stereotipi e semplificazioni ha caratterizzato anche l’intervento di Gennaro Gervasio, professore associato di Storia e Istituzioni dei Paesi islamici a Roma Tre, che ha affrontato il rapporto tra Islam, pace e conflitto. “Quando si parla dell’Islam molto spesso, soprattutto senza saperne molto, si parte da rappresentazioni e semplificazioni”, ha osservato. Secondo Gervasio, il dibattito è dominato da due narrazioni opposte. “Da una parte quella islamofobica, che presenta l’Islam come una religione essenzialmente violenta; dall’altra quella apologetica, che si limita a sostenere che l’Islam sia per definizione una religione di pace”. “Queste due posizioni estreme di fatto non fanno parlare. Anzi, – ha precisato – non ci fanno vedere quali siano le questioni essenziali”. La prima, ha spiegato, riduce “ogni problema alla religione islamica; la seconda evita di affrontare questioni complesse come i processi di radicalizzazione”. Gervasio ha ricordato come termini quali “jihad” siano entrati nell’immaginario occidentale quasi esclusivamente associati alla violenza, contribuendo ad alimentare una percezione deformata. “Da una parte c’è un forte razzismo e ci sono pregiudizi antichissimi”, ha affermato, richiamando gli studi di Edward Said, intellettuale palestinese-americano e autore del saggio Orientalismo (1978) nel quale ha analizzato il modo in cui l’Occidente ha storicamente rappresentato il mondo arabo e islamico attraverso stereotipi e immagini spesso distorte. Secondo il docente, l’islamofobia non si manifesta soltanto nel discorso pubblico ma anche sul piano istituzionale. “L’Islam è una delle principali confessioni presenti nel Paese e la principale tra i culti non cristiani”, ha ricordato, sottolineando il ritardo che ancora caratterizza il riconoscimento delle comunità musulmane in Italia.
La risposta apologetica. Tuttavia, ha aggiunto, anche la risposta apologetica rischia di essere insufficiente. “Invece di impegnarsi a capire quali siano i motivi e i meccanismi attraverso i quali una parte della gioventù possa scegliere la strada della radicalizzazione, si tende a ripetere semplicemente che ‘Islam vuol dire pace'”. Un’affermazione che contiene una verità linguistica e culturale, ma che da sola non aiuta a comprendere i problemi reali. Per Gervasio occorre aprire spazi di confronto autentico e non limitarsi a dialoghi formali tra persone che condividono già le stesse opinioni.
“Non si è mosso di un centimetro il terreno del dialogo quando si cercano soltanto interlocutori rassicuranti”.
Allo stesso tempo, ha osservato, esistono già numerose esperienze quotidiane di convivenza nei quartieri, nelle scuole e nei contesti multiconfessionali, spesso più avanzate del dibattito politico e istituzionale. Da qui la riflessione conclusiva: “La pace si fa con il nemico, non con l’amico”. Pace non come condizione acquisita, ma come esercizio quotidiano di conoscenza, dialogo e convivenza.
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