L’estate non è solo il tempo delle vacanze, della spensieratezza, del divertimento. A volte, per imprudenza o inesperienza alcune persone mettono in pericolo la propria vita, tuffandosi a mare o in lago, anche quando le condizioni non sono proprio ideali. Azioni che possono costare caro. Questi episodi, spesso, hanno anche altri protagonisti: persone che non esitano a tuffarsi a loro volta per salvare la vita di quelli che sono in pericolo, parenti, amici o anche perfetti sconosciuti. Spesso capita, che dopo aver salvato qualcuno, “l’eroe della porta accanto”, per l’immane sforzo, si accascia e muore. Vogliamo ricordare qualcuno di questi fulgidi esempi di persone che hanno dato la loro vita per salvarne altre quest’ultima estate. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”, si legge nel Vangelo di Giovanni (Gv 15,13). In tanti casi i salvati erano addirittura sconosciuti.
Fabrizio Valente, 62 anni, faceva il bagnino. È l’ultimo, al momento, di una serie di “eroi della porta accanto”, che quest’estate ha dato la vita provando a salvarne un’altra sulla riviera savonese ad Andora. Intorno alle 10.30 del 25 agosto Luigi Fasano, anche lui sulla sessantina, alla fine anche lui morto in mare, si è tuffato in acqua dagli scogli ma è andato in difficoltà. La moglie ha chiamato aiuto. La costa non è lontana, ma vicino ai moli alla foce del torrente Merula ci sono correnti e i bagni marini espongono la bandiera rossa. È corso Valente, il bagnino del lido della Sacra Famiglia, una struttura che segue ragazzi con disabilità. Raggiuto il bagnante in difficoltà, mentre lo riportava a riva è morto, probabilmente per un malore. Poco prima aveva soccorso un ragazzo del centro, forse era debilitato da quel primo intervento. Alla fine il bilancio è tragico: due morti sulla spiaggia di Andora.
Solo quattro giorni prima, il 21 agosto, un uomo di 48 anni residente ad Alba è morto a circa 100 metri dalla spiaggia a san Lorenzo al Mare (Imperia) nonostante il tentativo di salvataggio da parte del bagnino – fuori servizio – e di un turista tedesco. Si tratta di Paolo Allasia, 48 anni, designer. L’uomo si sarebbe tuffato per aiutare due figli e altri ragazzi in difficoltà per le cattive condizioni meteomarine senza poi riuscire a tornare a riva. Tutto è successo nel tardo pomeriggio del 21 agosto quando, oltre l’orario di balneazione sorvegliata, è arrivata la segnalazione della presenza di bagnante in difficoltà a circa 100 metri al largo della battigia.
È stato trovato dopo un giorno, il 26 luglio, il corpo del quarantacinquenne olandese scomparso il giorno prima nelle acque del lago di Como a Menaggio. Mattheus Gosseling si era gettato dalla barca che aveva noleggiato con i tre figli, per aiutare il più grande, di 16 anni, che aveva avuto difficoltà in acqua. Il ragazzo si è salvato, grazie a un uomo che era col figlio su una tavola da paddle che l’ha afferrato per un braccio mentre l’uomo è scomparso. Subito sono partite le ricerche, ma ci è voluto un giorno: il corpo di Gosseling è stato trovato grazie a sonar e telecamera dai sommozzatori dei vigili del fuoco. Era adagiato su un fondale di 25 metri nelle acque antistanti Menaggio. Raggiunto in profondità dai sub della Guardia Costiera, è stato recuperato e trasportato a terra.
Lo hanno cercato per giorni, sui fondali antistanti la spiaggia Giamaica a Sirmione. Dallo scorso sabato 18 luglio, quando si è tuffato in acqua per aiutare un bambino di sette anni in difficoltà. Il corpo di Alexandru Olaisiu Sorin, 29 anni, è stato individuato nel pomeriggio del 23 luglio a circa 25 metri di profondità. Di origine romena e residente a Corigliano Rossano, in Calabria, da tempo viveva sul Garda, dove da alcuni mesi lavorava per una società di noleggio imbarcazioni di Sirmione. L’uomo era scomparso nelle acque del lago dopo essersi tuffato per soccorrere il piccolo passeggero dell’imbarcazione che conduceva, noleggiata quel giorno da una comitiva inglese. Dopo avere raggiunto il bambino, lo aveva tranquillizzato e accompagnato fino alla barca. Poi però si era inabissato, forse a causa di un malore. Subito era scattato l’allarme: le operazioni di ricerca, coordinate dalla Guardia Costiera, hanno impegnato i sommozzatori dei Vigili del fuoco, il Nucleo sommozzatori dei Volontari del Garda e numerosi mezzi navali delle forze dell’ordine. Le ricerche, rese particolarmente complesse anche dalla conformazione dei fondali, sono state interrotte solo dal maltempo che ha colpito la zona, per riprendere poi non appena possibile.
Un dramma si è consumato anche, sabato 4 luglio, sulle spiagge di Otranto. Il 54enne Gennaro Cagnazzo, funzionario amministrativo del Cnr a Lecce, si è gettato in mare per trarre in salvo i due figli gemelli di 8 anni. A intervenire in soccorso anche due bagnini del lido. Cagnazzo è riuscito a trarre in salvo i figli, ma lo sforzo immane gli è stato fatale. Tornato sulla spiaggia si è infatti sentito male ed è crollato a terra. A nulla sono valsi i tentativi di rianimazione operati prima dai bagnanti e poi dai soccorritori, giunti in tutta fretta sul luogo della tragedia.
Spendiamo qualche parola in più per Gualtiero Montesi, educatore dell’Istituto Don Guanella, ha dato la vita come aveva vissuto: prendendosi cura degli altri. È morto sulla spiaggia di Passoscuro, sul litorale di Fiumicino, dopo aver salvato un anziano sacerdote malato di Alzheimer. Durante una giornata al mare con gli ospiti dell’Opera Don Guanella, il sacerdote si è allontanato verso il mare e le onde, molto forti, lo hanno trascinato al largo. Gualtiero se n’è accorto subito e, senza esitare, si è tuffato per raggiungerlo. Lo ha riportato a riva, mettendolo in salvo, ma poco dopo si è accasciato sulla battigia. Probabilmente un malore improvviso o lo sforzo sostenuto in quei minuti hanno fermato il suo cuore. I soccorritori hanno tentato a lungo di rianimarlo, ma ogni tentativo è stato vano.
Gualtiero non è morto compiendo un atto straordinario lontano dalla sua vita quotidiana: è morto facendo ciò che aveva scelto di fare ogni giorno, custodire i più fragili.
Il suo ultimo gesto non è stato soltanto un impulso del momento, ma la naturale conseguenza di un’esistenza vissuta come dono. Era un educatore schietto e sincero. Amava profondamente la vita e la sua famiglia e, accanto alla moglie, aveva vissuto con amore e dedizione la crescita del figlio autistico. L”esperienza della fragilità, vissuta in prima persona, gli aveva insegnato che essere vulnerabili non diminuisce la dignità, ma richiede un amore più grande. Per questo, nel carisma di don Guanella, sapeva avvicinarsi a chi soffriva con rispetto e delicatezza, facendosi compagno di strada con poveri, malati e disabili. Gualtiero non cercava l’eroismo, aveva solo aveva fatto suo questo stile, accompagnando ogni giorno gli ospiti della comunità con pazienza e attenzione. Non erano “utenti”, ma persone.
Ha semplicemente continuato a essere fino all’ultimo respiro ciò che era sempre stato: un uomo che aveva scelto di trasformare la cura degli altri nella propria vocazione.
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