(Milano) “È un momento davvero difficile nel vedere questi atti di puro vandalismo perpetrati da ragazzi giovanissimi. Per questo la prima sensazione che sento è quella di una tristezza profonda”.
(Foto SIR)
A confidarlo al Sir è il vescovo e vicario episcopale per la Zona pastorale I di Milano, monsignor Giuseppe Vegezzi (nella foto), che abita nella comunità sacerdotale della chiesa di San Giorgio al Palazzo in via Torino, dove sono avvenuti gli ultimi gravissimi fatti di guerriglia urbana nel capoluogo lombardo.
“D’altra parte Milano non è solo violenza e lo dimostra l’indignazione della stragrande maggioranza dei cittadini” anche “se può sembrare, in questi giorni, che tutto sia focalizzato su queste frange”, prosegue monsignor Vegezzi, il quale non nasconde la necessità di “interrogarsi in profondità” sul fenomeno.
“Ciò che è accaduto ci pone delle domande. Questi ragazzi che scaricano la loro rabbia contro lo Stato – anche se non si capisce bene cosa vogliano, perché mi pare che la protesta contro il carovita sia, in questo caso, solo un alibi – sono il segno che abbiamo di fronte una generazione che ha un profondo vuoto dentro. Mi domando come si sia generato o chi abbia creato questo vuoto interiore in coloro che hanno soltanto il desiderio di spaccare tutto, oltretutto per essere visti da tutti”. Quindi, si devono interrogare le famiglie, la scuola e, in genere, le agenzie educative? “Certamente. In primo luogo, la famiglia, però penso che anche noi come Chiesa dobbiamo domandarci perché non riusciamo a colmare questo vuoto, vedendo che ormai solo una piccola minoranza di adolescenti e di giovani partecipano alle nostre attività. Perché non riusciamo ad intercettare gli altri proponendo grandi valori?”.
Da qui l’ulteriore interrogativo: se tutto questo richieda un ripensamento o, comunque, una rimodulazione delle proposte di pastorale ordinaria. “Oggi – osserva ancora il vicario episcopale della metropoli milanese – la tentazione è di rinchiudersi, se non nelle sacrestie, comunque, nei nostri piccoli gruppi, rivolgendosi solo a quelli che ci seguono: bisogna cercare e creare dei canali di dialogo a tutto campo”, conclude Vegezzi, che avanza anche una proposta. “Vorrei dire e a questi ragazzini che hanno rubato che, forse, possono in parte fare ammenda – anche se nulla può giustificare il loro gesto – restituendo gli oggetti, magari lasciandoli in una chiesa o in arcivescovado a Milano, mantenendo l’anonimato. È un piccolo gesto, ma dimostrerebbe che hanno compreso, almeno in parte, il senso di ciò che hanno fatto”.