Venezia 83, la vigilia di Natale secondo De Angelis. Vanessa Scalera da Coppa Volpi

Scritto il 10/09/2026
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Venezia 83, ottavo giorno. L’italiano Edoardo De Angelis, con “Il fuoco che ti porti dentro”, firma un pungente dramma familiare ambientato nella vigilia di Natale, che gioca sulla polarizzazione Nord-Sud del Paese: con originalità e carattere si posiziona tra “Natale in casa Cupiello” e “Parenti serpenti”. Vanessa Scalera offre una prova da Coppa Volpi. In concorso anche il francese Stéphane Brizé con “Un bon petit soldat”, interpretato con efficacia da Alba Rohrwacher: un nuovo sguardo sul mondo del lavoro, lucido e puntellato da umorismo nero, tra affanni dei lavoratori e ipocrisie dei dirigenti.

(Foto Anna Camerlingo)

“Il fuoco che ti porti dentro” – Concorso

Napoletano classe 1978, Edoardo De Angelis (“Indivisibili”, “Comandante”) torna in gara con un titolo di grande carattere, dal romanzo di Antonio Franchini (Marsilio), sceneggiato con Francesco Piccolo e Ilaria Macchia. È il racconto della vigilia di Natale nella composta Milano, quando arriva in casa la nonna da Napoli, carica di pietanze ma anche di giudizi affilati. Con un’eccellente Vanessa Scalera, che domina la scena, nel cast anche Lino Musella, Ivana Lotito, Elena Radonicich e Tommaso Ragno. In sala con 01 Distribution.
La storia. Milano, vigilia di Natale. Antonio e la moglie Benedetta, con i due figli, si preparano a festeggiare in casa. Da loro è arrivata la mamma di Antonio, Angela, che ha occupato la cucina preparando una cena tipicamente partenopea. Tra olio che frigge, odori intensi di pesce e vino sempre nei bicchieri, dispensa amarezze e commenti pungenti verso tutti. Così la vigilia diventa un teatro grottesco, dove affiorano verità, risentimenti e dolori a lungo trattenuti.
Molti i riferimenti nel film, dalle opere teatrali di Eduardo De Filippo, in testa “Natale in casa Cupiello”, alla commedia amara di Monicelli “Parenti serpenti”. De Angelis propone una famiglia napoletana disgregata, che si ritrova a casa del figlio maggiore Antonio, trasferitosi – o forse fuggito – a Milano, a centinaia di chilometri dalla madre Angela. È lei la causa di tanto tormento, una donna che ha amato visceralmente i figli ma li ha anche affaticati di pressioni, repentini cambi d’umore e giudizi brucianti. Nessuno regge il suo passo agitato, la sua favella incontenibile. Angela è un fuoco di fila di commenti, che però traduce qualcosa di tragico: una madre svuotata e sola, che corre dai figli per trascorrere un Natale in cerca di tenerezza e di una possibile riconciliazione.
De Angelis compone un’opera debitrice del suo retroterra teatrale: tutto è giocato in un unico ambiente, l’appartamento di Antonio, tra cucina e salone. È la scena di uno spettacolo tragicomico, la messa a nudo di una famiglia ferita, impantanata nei rimpianti. La vigilia si fa teatro della resa dei conti, ma anche momento della verità e forse del perdono. Duro, ironico e incalzante, il film si muove agile grazie alla regia vigorosa e a tempi comico-drammatici perfetti. Complesso, problematico, per dibattiti.

(Foto Christine Tamalet)

“Un bon petit soldat” – Concorso

La sua trilogia sul mondo del lavoro – “La legge del mercato”, “In guerra” e “Un altro mondo” – ha lasciato il segno per quello sguardo asciutto e appassionato, da cinema di impegno civile. A Venezia 83 Stéphane Brizé torna sul tema con passo nuovo: racconta il faticoso navigare di una dirigente in una grande compagnia francese, assediata da un maschilismo serpeggiante e da mascherate pressioni disumane. Protagonista l’ottima Alba Rohrwacher; nel cast anche l’attore di riferimento di Brizé, Vincent Lindon, che smette i panni dell’eroe per incarnare un amministratore delegato egocentrico e spietato. In sala con I Wonder Pictures.
La storia. Francia, oggi. Carla è appena stata assunta in una grande compagnia come responsabile delle risorse umane. Un incarico che arriva in un periodo difficile: si è separata dal marito ed è madre di un preadolescente. In ufficio, al di là dei sorrisi e delle atmosfere collaborative, sperimenta da subito un clima teso e comprende presto che il proprio spazio di autonomia è ridotto. Un caso di mobbing la mette davanti a frustrazioni e decisioni sofferte.
Brizé, che nel 2025 ha ricevuto il premio cattolico Robert Bresson per la qualità del suo cinema, offre un nuovo quadro del presente: una donna che con fatica prova a rompere il soffitto di cristallo, rinunciando al tempo per sé e soprattutto per la famiglia. Carla fa i conti con il peso dei propri sacrifici e con il prezzo pagato sul piano etico. Con amarezza deve ammettere di non essere riuscita a scardinare un maschilismo sempreverde e, ancor di più, di dover ingoiare decisioni amare e ingiustizie pur di conservare quel lavoro a cui ha dato tutto. Troppo.
Rispetto ai precedenti, Brizé mette da parte la carica di indignazione a favore di un racconto più moderato e pungente, ammorbidito da un umorismo brillante ma dai contorni neri. Un film di denuncia, che convince per qualità visivo-narrativa e per l’interpretazione di Alba Rohrwacher. Consigliabile, realistico, per dibattiti.

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