Francesco Vignarca, autore del libro-inchiesta
Non si tratta di aggiungere un capitolo “verde” alle campagne per il disarmo, né un capitolo “pacifista” alle campagne per il clima: si tratta di riconoscere che “Ogni guerra è violenza contro la Terra”, e che “ogni percorso autentico di pace è, al tempo stesso, un percorso di giustizia climatica”. In un libro inchiesta “Disarmo climatico”, Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della “Rete italiana Pace e Disarmo”, porta al centro del dibattito un aspetto ancora poco esplorato:
la devastazione dell’ambiente non è soltanto una conseguenza delle guerre e della militarizzazione, ma anche uno dei fattori che alimentano nuovi conflitti.
Un circolo vizioso che comincia già nella preparazione della guerra, con la produzione di armamenti, le attività militari e il consumo di risorse, e prosegue quando la crisi climatica viene affrontata con strumenti e logiche militari.
Sahel – (foto Unhcr)
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, dall’inizio di questo secolo, il mondo è stato testimone di oltre 2.500 disastri ambientali e di almeno 40 conflitti gravi. Questi tragici eventi hanno colpito più di due miliardi di persone, distruggendo infrastrutture, provocando spostamenti forzati di intere popolazioni. Molti di questi effetti sono legati direttamente alle operazioni militari.
Secondo le stime più accreditate le attività militari e la produzione globale di armi contribuiscono per circa il 5,5% alle emissioni climalteranti mondiali.
Se gli eserciti del mondo fossero uno Stato, sarebbero il quarto emettitore del pianeta, subito dopo Cina, Stati Uniti e India. L’impatto sull’ambiente della guerra nel momento dei combattimenti può comprendere vari aspetti, e dipende ovviamente dalla scala e dall’intensità del conflitto, oltre che dalla sua durata. Il Conflict and Environment Observatory (la principale organizzazione che si occupa di questo tema, coordinando gli sforzi della società civile internazionale) ha descritto con chiarezza gli impatti negativi sull’ambiente di una guerra su larga scala: i conflitti ad alta intensità richiedono enormi quantità di carburante e generano quindi massicce emissioni di gas climalteranti.
Il movimento su larga scala di mezzi militari e l’impiego continuativo di armamenti pesanti alterano e degradano profondamente anche gli ecosistemi più fragili.
Nelle aree urbane, l’uso di armi esplosive produce quantità enormi di macerie e detriti contaminati, che contribuiscono all’inquinamento dell’aria, del suolo e delle acque. L’ambiente e il territorio sono messi direttamente nel mirino degli eserciti: basta pensare agli impianti industriali, petroliferi o energetici che vengono attaccati deliberatamente per inquinare vaste aree e diffondere il terrore, o alla distruzione di infrastrutture agricole per minacciare la sicurezza alimentare e i mezzi di sussistenza, aumentando la vulnerabilità delle comunità rurali.
Ma è guardando il legame tra guerra e minaccia ecologica che i dati diventano davvero eloquenti: l’edizione 2024 dell’Ecological Threat Report (il rapporto che analizza le minacce ecologiche mettendole in relazione con le capacità di resilienza e di costruzione della pace) sottolineava come 11 dei 12 Paesi con il più alto livello di minaccia ecologica presentassero un conflitto armato attivo o un forte rischio di guerra civile. L’edizione 2025 ha portato questo legame su basi ancora più solide rilevando che nelle zone dove l’alternanza tra stagioni umide e secche si sta facendo più estrema si contano in media quattro volte più morti per conflitto rispetto alle aree in cui quella polarizzazione si è attenuata.
Tutti questi dati ci portano alla conferma statistica, su scala locale, che il legame tra clima impazzito e violenza non è un’astrazione ma una dinamica già oggi misurabile.
(Foto Siciliani – Cristian Gennari/SIR)
Tra i Paesi che hanno registrato livelli catastrofici di minaccia ecologica in tutti i domini analizzati troviamo Repubblica Centrafricana, Mozambico, Niger, Somalia e Yemen: nomi che chiunque segua le cronache internazionali associa immediatamente a guerre, insurrezioni, crisi umanitarie croniche. La regione del Sahel concentra in modo esemplare questa sovrapposizione: vulnerabilità sociali, politiche ed economiche si sommano ad alti tassi di conflitto e terrorismo, e la maggioranza dei Paesi dell’area, dal Ciad al Mali, dalla Mauritania alla Nigeria, è classificata con bassi livelli di resilienza a fronte di almeno una minaccia ecologica catastrofica. C’è un ultimo aspetto, il più sfuggente ma forse il più decisivo, che lega indissolubilmente le due crisi. Il danno climatico più grave delle guerre non si misura soltanto in tonnellate di CO2: è l’erosione della fiducia tra gli Stati, senza la quale nessuna cooperazione sul clima è possibile.
Resta da rispondere alla domanda decisiva: cosa fare? Quale potrebbe essere un percorso realistico e concreto di azione e scelte politiche basate sul disarmo climatico? L’inchiesta di Vignarca traccia alcune proposte concrete. Le elenchiamo per titoli: trasparenza delle emissioni; inversione della corsa al riarmo e riconversione dell’industria militare; rafforzamento del diritto e il riconoscimento dell’ecocidio come quinto crimine internazionale nello Statuto di Roma, secondo la definizione elaborata da un panel internazionale di giuristi; protezione per i migranti ambientali e canali regolari di mobilità.
(Foto Save the Children)
Da Gaza al Donbass, dal Libano all’Iran, dal Sudan allo Yemen. “I deserti della pace” – così come vengono chiamate le crisi in atto nel libro – sono lì a ricordarci che abbiamo poco tempo ma la storia dei movimenti sociali e per la pace ci dice che il tempo può essere usato bene. E’ Nick Buxton, Coordinatore del Knowledge Hub del Transnational Institute Membro affiliato del Transition Security Project a sintetizzare nella prefazione le conclusioni: “questo libro mostra con chiarezza che non possiamo separare la giustizia climatica dalla pace. Costruire un mondo vivibile significa decarbonizzare e demilitarizzare allo stesso tempo. La lotta contro i giganti dei combustibili fossili deve andare di pari passo con quella contro l’industria militare e della sicurezza che li sostiene”.
The post Guerre e ambiente. Non c’è pace senza giustizia climatica e clima vivibile senza disarmo first appeared on AgenSIR.“La sfida è enorme, ma non possiamo lasciare che siano gli stessi attori che hanno provocato la crisi planetaria a decidere come rispondervi”.