Il card. Pizzaballa a Molfetta: “In Terra Santa esserci come don Tonino Bello”

Scritto il 26/09/2026
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fare di fronte al dramma che sta vivendo la Terra Santa? “Esserci. Esserci con le parole, mettersi in gioco anche se rischioso. Metterci la faccia. Entrare dentro le situazioni, proprio come faceva don Tonino Bello. Non ha risolto nessuno dei problemi politici del suo tempo, ma ci ha lasciato il metodo, così come Gesù”. Sono le parole del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, pronunciate ieri a Molfetta durante l’incontro “Don Tonino Bello e la pace: il coraggio e la profezia, la forza della fraternità”, ospitato nella chiesa Madonna della Pace. Ma, soprattutto, secondo il cardinale, bisogna ascoltare e lasciarsi ascoltare: “Ascoltare il dolore di tutti. Quando una madre perde un figlio, che sia israeliana o palestinese, il dolore è lo stesso. Ma le responsabilità non sono le stesse. C’è differenza tra chi ha il potere e chi lo subisce, tra chi ha le armi e chi non le ha”. “Il dolore non si vede, ma segna molto la vita delle persone – ha spiegato ancora il cardinale al Sir, a margine dell’incontro. – Bisogna saperlo ascoltare, ma non possiamo fermarci solo a quello e permettere che chiuda tutto. Dobbiamo poter trovare una strada che dia espressione al dolore. E, in questo senso, le realtà territoriali sono quelle che danno voce al desiderio reale di tante persone”.

Gaza, il trauma e la perdita di fiducia

“Siamo ancora dentro al trauma. È un momento in cui le istituzioni religiose e politiche sono mancanti e il territorio deve supplire. Anche per noi è stato difficile comprendere l’entità di ciò che stava accadendo a Gaza. Anche noi abbiamo dovuto imparare, poco alla volta, a prendere le misure. Gaza, per due terzi, è letteralmente rasa al suolo. Le infrastrutture sono distrutte: ospedali, fognature, scuole. Mancano medicinali. Gran parte della popolazione vive nelle tende e anche lì l’estate è stata molto calda, con una grave mancanza di igiene. Oggi è ancora più difficile. Durante la guerra si viveva in un atteggiamento di sopravvivenza: non c’era il tempo nemmeno di farsi delle domande. Adesso c’è un senso di sfiducia molto profondo. Ci si chiede: ‘Cosa ne sarà di noi?’”. Ma non solo. “Ciascuno è talmente pieno del proprio dolore che non si lascia spazio al dolore dell’altro. Anche per noi pastori è difficilissimo. Qualcuno ci ha detto di smettere di parlare di speranza, ma noi siamo chiamati a questo. La fraternità si misura nella relazione con chi ci è estraneo, diceva don Tonino”. E, di fronte a questo smarrimento generale, il cardinale sottolinea la via per ripartire: “La fiducia si recupera con i gesti, la presenza, l’empatia”.

Un seme di vita

“Abbiamo vissuto un dramma terribile che non è ancora finito. Però sono convinto di una cosa: non so quando e non so come, ma so che il Signore sta preparando qualcosa in Terra Santa. Dentro questo mare di odio e di violenza, di rifiuto dell’uno e dell’altro, sta nascendo qualcosa di nuovo. Il nostro compito, mio e di tutti, è quello di individuarlo e farlo crescere. La Terra Santa è un po’ un paradigma di quello che sta accadendo in altre parti del mondo. C’è un senso di perdita generale, di disorientamento, di fatica, di sconforto. Ma non c’è solo questo. Se Dio conduce la storia, non c’è una perdita totale, ma c’è un seme di vita”.

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