(da Acerra) “Al Papa chiederò di fare in modo che la custodia del creato non sia un tema di élite, ma il frutto di una formazione e un’educazione che transiti nei cammini ordinari della fede, a partire dalle parrocchie. E di dare continuità all’impegno per la salvaguardia dell’ambiente”. A rivelarlo al Sir è mons. Antonio Di Donna, vescovo di Acerra, alla vigilia della visita pastorale di Papa Leone XIV, che torna in Campania per la seconda volta in quindici giorni. “Una speranza organizzata”, l’auspicio per la visita, in una terra diventata suo malgrado il simbolo dei danni prodotti dalla devastazione ambientale.
Papa Leone sarà il primo a visitare la “Terra dei Fuochi”. E’ un sogno che si avvera?
E’ il desiderio della gente, delle persone, delle famiglie che soffrono per le malattie o la morte dei propri figli. Tutto ruota intorno alla Laudato sì. Nel 2020 era tutto pronto perché venisse Papa Francesco, poi il Covid ha fatto saltare tutto e in seguito la visita non si è potuta realizzare, a causa delle sue condizioni di salute. Sollecitato dai miei fedeli, ho fatto un tentativo con il Papa nuovo, e il Santo Padre ha accettato subito, perché vuole dare continuità al cammino tracciato dal suo predecessore e perché anche lui è molto sensibile alla causa della difesa del creato. Non è un caso, infatti, che Papa Leone venga ad Acerra alla vigilia dell’anniversario della Laudato sì. E non è casuale che venga proprio qui, in una terra simbolo della devastazione prodotta dall’inquinamento.
Quella di domani è una visita del successore di Pietro a tutte le popolazioni della Terra dei Fuochi: 90 comuni, 3 milioni di abitanti, una visita simbolica in una terra che ha conosciuto sulla sua pelle il male provocato dalla devastazione ambientale.
Quale popolo incontrerà il Pontefice, nei due momenti pubblici della sua visita pastorale di domani?
A piazza Calipari, incontrerà le famiglie che hanno avuto lutti di bambini, ragazzi e giovani morti di cancro, almeno 150 negli ultimi trent’anni. Si intratterrà con famiglie che hanno pagato a caro prezzo i danni connessi all’inquinamento. Dalla fine degli Anni Ottanta in poi, siamo stati accusati di negazionismo, e siamo dovuti arrivare al 2021, grazie ad un Report scientifico dell’Istituto Superiore di Sanità, sollecitato dalla Procura di Napoli Nord, per avere la conferma del nesso tra l’inquinamento ambientale e l’insorgenza di patologie tumorali, in particolar modo nei ragazzi e nei giovani. C’è gioia per questa visita del Papa, c’è trepidazione, ma anche un pizzico di sfiducia: aspettiamo da troppo tempo le bonifiche e maggiori controlli sull’aria e le falde acquifere.
Il nostro è un popolo resiliente, che resiste ostinatamente e non va via da questa che è la sua terra, ma è anche soggetto alla sfiducia e alla rassegnazione, in virtù del troppo tempo passato.
Da quando, però, è cominciato il fenomeno dello sversamento illegale dei rifiuti ad oggi c’è stata una reazione positiva della cittadinanza: sono nati comitati, associazioni, medici e gruppi di volontari che si impegnano a tutto campo per la difesa dell’ambiente. E anche le istituzioni hanno cominciato a fare la loro parte.
Salvaguardia, del creato, giustizia e pace sono infatti ambiti su cui la diocesi, e la chiesa Campania in generale, è da sempre in prima linea, come dimostra anche il pellegrinaggio a piedi di un anno fa, vissuto dalle diocesi più colpite dall’inquinamento tra Caserta e Napoli. E dopo Pompei e Napoli, il Papa torna in Campania due volte in quindici giorni. Cosa significa per voi?
Sicuramente è una conferma che siamo sulla strada giusta. Come quella che le dodici diocesi interessate al fenomeno, con il coinvolgimento della Conferenza episcopale campana, hanno compiuto a piedi per dieci giorni, diocesi per diocesi, sito per sito: una sorta di Via Crucis per verificare cosa si sta facendo. Da anni possiamo anche contare sul contributo della Cei: in Italia abbiamo 50 siti altamente inquinanti, a Nord, al Centro e al Sud.
Non esiste una Terra dei Fuochi, ma tante Terre dei Fuochi:
oltre ad Acerra per i rifiuti tossici, c’è ad esempio Vicenza per il Pfas, Terni per le acciaierie, Frosinone per la Valle del Sacco, Taranto per l’Ilva. Ci vuole una sinergia, per scrollarci di dosso questo marchio – Terra dei Fuochi – che all’inizio indicava semplicemente i rifiuti smaltiti illegalmente e fatti bruciare, ma poi è diventato un marchio infamante che ha provocato il crollo dell’industria agricola. Un tempo questa era la “Campania Felix”, con ben tre raccolte all’anno senza fertilizzante che davano prodotti di eccellenza. Poi ci sono stati i morti, le malattie, e l’agricoltura è crollata.
Papa Francesco, nella Laudato sì, denuncia come la terra, casa nostra, sia diventata “un immenso deposito di immondizia”, esortando a contrastare la “globalizzazione dell’indifferenza”. Undici anni dopo, Papa leone mette in guardia dalla “globalizzazione dell’impotenza”. Come si esce da questo corto circuito?
Non cedendo alle trappole dei due estremi opposti: l’allarmismo e il negazionismo. Questo circolo vizioso si può rompere soltanto con una operazione verità.
Ad Acerra, solo nel 2% dei terreni i veleni dei rifiuti tossici sono stati interrati. I nostri frutti della terra sono buoni. Attualmente vengono rimossi i rifiuti superficiali e messo in sicurezza il territorio, ma i veleni interrati sono la vera bonifica, che però è molto costosa e ha bisogno di fondi adeguati.
Ad Acerra i rifiuti non vengono più interrati, perché le operazioni di bonifica sono iniziate e il territorio è monitorato al 100%, ma rimangono i rifiuti tossici, che tuttavia stanno diminuendo. Due sono per noi gli ambiti prioritari su cui intervenire: il controllo della qualità dell’aria, a causa della presenza di un alto tasso di polveri sottili, e l’aspetto sanitario, che richiederebbe l’aumento dell’attività di screening e di prevenzione.
Acerra ospita da quasi 30 anni l’unico inceneritore della Regione Campania, il più grande d’Europa, che era già vecchio quando è stato installato. Ora è tempo di blindare questo territorio, di farne una “zona salva”,
grazie ad una più equa ripartizione dei rifiuti, che non possono più essere conferiti soltanto qui: altrimenti si insinua il sospetto che ci sia la volontà politica di fare di questo territorio il centro dell’immondizia.
Acerra non può essere una città sacrificata sull’altare del profitto o del benessere di altre zone.
Il degrado del creato è legato anche ai “mali sociali” come la corruzione, il lavoro nero, la presenza della criminalità organizzata. E’ possibile, e in che misura, un’alleanza virtuosa tra diocesi e istituzioni per investire la rotta?
Tutto è connesso, la questione ambientale non è mai a sé stante, ma è legata alla questione sociale e sanitaria: terra, poveri e malati vanno sempre insieme. La strada da percorrere è quella del dialogo, e quello con le istituzioni, regionali e nazionali e con il governo sta finalmente muovendo i primi passi, dopo la sentenza di condanna della Corte europea dei diritti dell’uomo del gennaio 2025. Il governo ha nominato un Commissario Unico e una Cabina di regia unica per la Terra dei Fuochi, e ciò è stato da stimolo anche per le Prefetture locali coinvolte, quelle di Napoli e Caserta, che hanno ora un unico coordinatore per la Terra dei Fuochi. Di fronte alle lentezze burocratiche, occorre dare continuità a questo cammino intrapreso, anche con iniziative concrete come la riduzione dei costi dello smaltimento dei rifiuti, in modo da disincentivare il lavoro nero e creare lavoro degno, pulito, di qualità. C’è infine una domanda inquietante da porsi: i rifiuti tossici continuano ad esserci, perché gli scarti industriali continuano ad essere prodotti. Dove vanno? Stanno sorgendo altre Terre dei Fuochi?