Mentre si fa un gran parlare di patrimoniali e tassazione degli extra profitti di banche e compagnie petrolifere, viene pubblicato in questi giorni senza troppo clamore un dato estremamente interessante: nei primi otto mesi del 2026 gli scontrini fiscali emessi in Italia da negozi, bar, ristoranti, pizzerie, parrucchieri, estetiste e artigiani e altri liberi professionisti sono stati 220 milioni in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Una base imponibile di quasi 12 miliardi di euro che, calcolando un’aliquota media Iva del 18%, si traduce in un extragettito per lo Stato di oltre due miliardi. E si tenga conto che, per avere i dati definitivi, manca ancora tutto il tempo di Natale, quello che abitualmente registra un notevole aumento delle spese e dei consumi degli italiani.
Non si tratta evidentemente di un’improvvisa crescita della nostra capacità di acquisto (tenuta bassa dall’inflazione e dall’aumento dei costi energetici, nonché dalla sostanziale stagnazione dei salari), quanto piuttosto dell’emersione di una parte significativa di quel “nero” che continua a caratterizzare l’economia del nostro Paese. Il tentativo di eludere un po’ di tasse da parte di alcuni commercianti e artigiani (ma non sono infrequenti anche i casi – e vorremmo dire ancor più odiosi – di medici e altri liberi professionisti che con nonchalance propongono ai propri clienti il doppio tariffario, “con” o “senza” Iva) si traduce in una tentazione spesso difficile da vincere per il cittadino medio che, anche magari in presenza di un possibile rimborso Irpef, preferisce il risparmio immediato di qualche quattrino. Il significativo aumento degli scontrini emessi negli ultimi otto mesi è invece il risultato di una nuova procedura obbligatoria prevista dall’Agenzia delle Entrate che dal 1° gennaio di quest’anno allinea in tempo reale gli strumenti di pagamento elettronico (il pos su cui passiamo il nostro bancomat o a cui avviciniamo il nostro telefono) e il registratore di cassa telematico dell’attività commerciale che, in questo modo, non può più in alcun modo omettere di dichiarare le entrate ricevute con modalità di pagamento tracciabili.
Certo, resta sempre la possibilità di eludere il fisco attraverso i pagamenti in contanti, la cui soglia è stata peraltro portata dall’attuale governo (con un provvedimento contradditorio rispetto alle politiche di lotta all’evasione fiscale fin qui descritte) da 2 a 5mila euro. Ma le abitudini degli italiani stanno cambiando velocemente e soprattutto i più giovani sono sempre più abitualmente sprovvisti di denaro contante, preferendo l’utilizzo di carte e altri sistemi elettronici di pagamento e trasferimento di denaro.
Resta il fatto che l’Italia rimane ancora in cima alle classifiche europee sull’evasione delle tasse, un primato determinato probabilmente sia da ragioni storiche (lo Stato avvertito come entità esterna, la cosa pubblica considerata più come di “nessuno” che come di “tutti”) che da una pressione fiscale notevole e a volte effettivamente difficile da sopportare, soprattutto per i piccoli artigiani o i gestori di esercizi a carattere familiare.
Per la Dottrina sociale della Chiesa pagare le tasse è un dovere stringente (e lo è anche pretendere l’emissione di scontrino o fattura fiscale) finalizzato a mantenere le strutture dello Stato (trasporti, polizia, magistratura, pubblica amministrazione…) e i servizi sociali (istruzione, sanità, previdenza, edilizia popolare…) e contribuire così al bene comune e ad una società più equa che riconosca anche alle categorie più fragili uguali possibilità e diritti.
Per abbassare il peso fiscale sulla classe media (fatta soprattutto di lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e pensionati) sarebbe però urgente ripristinare realmente quella progressività contributiva stabilita dalla nostra Costituzione come principio di equità e democrazia, ma poi negli anni manomessa con provvedimenti che hanno finito per privilegiare i redditi più alti e coloro che detengono i maggiori capitali nel nostro Paese.
(*) direttore de “La Voce dei Berici” (Vicenza)
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