Le Sezioni unite civili della Cassazione hanno respinto i ricorsi contro lo stop dell’area a caldo dell’ex Ilva, disposto dalla Corte d’appello di Milano per l’amianto ancora presente negli altiforni. L’ultimo impianto, tenuto finora in pre-riscaldo, dovrà essere spento. A Taranto il clima è sospeso fra il sollievo di chi da anni chiede giustizia per la salute e l’angoscia di chi teme per il posto. Il Sir ne ha parlato con don Antonio Panico, direttore della Pastorale sociale e del lavoro, giustizia e custodia del creato della diocesi di Taranto, sociologo e docente universitario, che segue da anni la vicenda del siderurgico.
Che clima si respira in città dopo la decisione della Cassazione?
Sembra calmo. Un po’ ci si era preparati, anche se la consapevolezza di quello che una decisione di questo tipo può comportare non c’è ancora in tutti.
Come risponde la Chiesa di Taranto?
Con l’arcivescovo abbiamo mandato una lettera a tutti i sacerdoti perché venerdì 6 novembre si celebri un’adorazione eucaristica sui temi della salute e del lavoro, vista la situazione delicata in cui si trova la nostra diocesi. È una cosa bella, perché in tutte le nostre 88 parrocchie, il primo venerdì di novembre, ci sarà una preghiera per questo. Con la Commissione abbiamo preparato anche uno schema per l’adorazione. Come Chiesa vogliamo essere presenti: in tanti, come gruppi scout, gruppi giovanili e associazioni cattoliche, hanno partecipato alla manifestazione del 17 ottobre.
Che cosa l’ha colpita in questi giorni?
C’è stata una bellissima solidarietà, uno scambio importante tra persone che avevano avuto dei lutti o stavano affrontando una malattia e i lavoratori che rischiano oggettivamente di perdere il posto, e questo naturalmente non è una cosa bella. Possiamo dire che è maturata la coscienza civile dei tarantini, che oggi è molto meno contrapposta rispetto al passato.
Durante gli scioperi e i blocchi delle scorse settimane ci sono state tensioni?
Per il momento non c’è stato nulla di grave. Anzi, quando ci sono stati gli scioperi e le occupazioni delle strade più importanti per uscire ed entrare in città, da parte della cittadinanza c’è stata comprensione. Anche se occupare le portinerie e gli ingressi della raffineria ha creato un disagio enorme per tante province, non solo la nostra, perché non entrava e non usciva nulla. È stato un disagio serio, per qualche giorno.
E il rapporto con le istituzioni?
Un’altra cosa bella, in un momento difficile in cui bisogna trovare anche le cose positive, è che questa maturazione sta permettendo un dialogo più sereno e meno ansioso anche con le istituzioni. Gli errori sono stati commessi da tutti, nessuno ha saputo fare bene il suo dovere, nessuno ha saputo prendere le decisioni. Quindi non si addita qualcuno in particolare di incapacità, ma si riconosce che tutti hanno avuto difficoltà a prendere una posizione, al di là degli schieramenti. C’è certo una disaffezione complessiva verso le istituzioni, però non si vuole demonizzare una parte piuttosto che un’altra. Rispetto al passato i toni sono più temperati; qualcuno dice perché ci si è rassegnati. Adesso ci aspettiamo di vedere qualche risultato in termini di impegno da parte del governo.
Che cosa significa la sentenza della Cassazione?
Di fatto conferma la fine dell’attuale modello produttivo dello stabilimento. Era nell’aria da anni. Chi ha studiato come si produce l’acciaio si rende conto che eravamo fermi a un modo veramente antico di produrre, una specie di medioevo industriale. Altri hanno cominciato a produrre in modo decisamente meno impattante tanto tempo fa; qui invece si è preferito continuare con la stessa modalità.
È una vittoria per Taranto?
Io non credo che ci sia da festeggiare, perché le persone che sono morte non tornano. Si può essere contenti perché c’è giustizia, sicuramente, ma resta l’amarezza per chi adesso avrà un disagio economico di non poco conto. Come si fa a essere felici davanti a situazioni così spiacevoli per alcuni? C’è una comunità che può essere contenta che finalmente sia stato riconosciuto che il problema c’era ed era grave; dall’altra parte c’è una comunità che chiede di essere aiutata, perché ha dato tanto e adesso deve ricevere un po’ di più.
Che cosa chiedete?
Qualcosa ha già cominciato a riceverlo, però serve la tutela per tutte queste persone. Non dobbiamo desertificarci: abbiamo già perso 60mila persone negli ultimi decenni, rischiamo di ridurci a un paesino. Speriamo che si decida davvero di portare qui qualche produzione meno impattante.
Lo stop non riguarda solo Taranto e il suo indotto, ma anche Genova, Novi Ligure e gli altri siti. Il problema ormai è nazionale?
Se vogliono continuare a utilizzare la cosiddetta area a freddo, devono prendere le bramme da qualche parte e portarle a Taranto e a Genova per lavorarle, perché senza la produzione di prima non ci sarebbero più. A questo punto credo che bisognerà prenderle dall’estero, perché non so quanto riusciamo a produrre in Italia per poi laminare e realizzare tubi e tutto quello che veniva prodotto. Chiaro, questo non fa bene all’economia, però qualcosa dovrà essere fatto. Siamo tutte e tutti persone, ovunque: a Taranto, a Novi Ligure, a Genova, e chiediamo lo stesso rispetto. Una produzione d’acciaio che fa male a chi ci lavora e a chi vive intorno non è compatibile con la vita umana, a Taranto come altrove.
Alla fine il nodo resta sempre quello: difendere il lavoro e preservare la salute.
Certo. Con, ovviamente, un primato della salute, perché se non c’è salute non si può lavorare.