Restare quando tutti partono. In una Terra Santa ferita dalla guerra, la scelta dei monaci benedettini del Monte Sion è quella della stabilità. È il cuore della loro vocazione e, oggi più che mai, diventa un segno concreto per la popolazione che vive nel conflitto.
Abate N. Schnabel (Foto Schnabel/Sir)
A raccontarlo al Sir è dom Nikodemus Schnabel, abate della comunità monastica di Terra Santa che ha le sue sedi nell’abbazia della Dormizione di Maria, sul Monte Sion a Gerusalemme, e nel priorato di Tabgha, sulla sponda settentrionale del lago di Tiberiade, dove sorge il santuario della moltiplicazione dei pani e dei pesci. L’abate parla alla vigilia della festa di San Benedetto da Norcia, padre del monachesimo occidentale, che i monaci benedettini festeggiano il 21 marzo, giorno del transito.
La stabilità. “La caratteristica più specifica della vita benedettina – spiega – è il voto di stabilità. Quando qualcuno diventa francescano o domenicano entra in un ordine diffuso nel mondo. Un benedettino invece bussa alla porta di un monastero concreto. Sceglie un luogo e promette di servire Dio in quel posto per tutta la vita”. Nel contesto della guerra in corso questo impegno assume un significato ancora più significativo: “Molti di noi avrebbero dovuto trovarsi all’estero per impegni o conferenze. Abbiamo annullato tutto. Questo è il momento di vivere la nostra vocazione al cento per cento: restare qui e sostenere le persone che ci stanno accanto”.
Gerusalemme, interno abbazia benedettina del Monte Sion (Foto A. Sigilli)
Preghiera sotto le sirene. “In questi mesi – racconta l’abate – qui a Gerusalemme e a Tabgha continuiamo a vivere il ritmo della nostra vita monastica: preghiera, lavoro e studio”. Ma la guerra entra inevitabilmente nella quotidianità. A Gerusalemme i monaci pregano spesso nella cripta della basilica della Dormizione, luogo che la tradizione cristiana collega alla morte di Maria.
“È uno spazio molto solido, quasi un rifugio naturale. Durante una preghiera di mezzogiorno sono risuonate le sirene e abbiamo sentito le esplosioni dei razzi. Ma abbiamo continuato a pregare. Forse eravamo nel rifugio più bello della Terra Santa”. Nonostante il clima di tensione, molte persone continuano a partecipare alle celebrazioni.
“La domenica pensavamo di essere pochi, invece sono arrivate una quarantina di persone. Qui trovano un luogo sicuro dove pregare e affidare a Dio la sofferenza di questa terra”.
Monasteri diventati rifugio. Il monastero è diventato anche un rifugio concreto per chi è rimasto bloccato nel Paese. “Abbiamo ospitato pellegrini che non sono riusciti a partire perché i voli erano stati cancellati. In questo momento la nostra casa è diventata anche un luogo di protezione” afferma l’abate di origini tedesche. Lo stesso è accaduto a Tabgha, dove all’inizio della guerra si trovavano gruppi di pellegrini. “I confratelli hanno accolto decine di persone nei rifugi durante gli allarmi”. Per l’abate Schnabel questa accoglienza è profondamente radicata nella tradizione benedettina. “Nella Regola di san Benedetto, al capitolo 53, l’ospitalità è centrale: si legge, infatti, ‘Tutti gli ospiti che arrivano, siano ricevuti come se fosse Cristo Signore’”.
Un luogo di incontro tra religioni. Il monastero del Monte Sion è anche sede di programmi accademici internazionali che coinvolgono studenti di diverse confessioni cristiane e di altre religioni. “In uno dei momenti più difficili della guerra ci siamo ritrovati nel rifugio insieme: ebrei, cristiani e musulmani. Alcuni erano studenti di teologia cristiana, altri di teologia islamica, insieme ai nostri docenti ebrei. È stata un’esperienza molto forte” ricorda l’abate. “Un’esperienza che riflette lo spirito della tradizione benedettina. San Benedetto accoglieva chiunque bussasse alla porta del monastero. Anche noi vogliamo essere una casa aperta”.
Santuario di Tabgha (Foto A. Sigilli)
“Due isole di speranza”. In un contesto segnato da divisioni e paure, la comunità benedettina cerca di offrire un segno diverso. “Quando nel mondo i muri diventano sempre più alti e le persone ragionano in termini di ‘noi’ e ‘loro’, noi desideriamo essere come un’isola di speranza”, afferma Schnabel. “Anzi due isole: i nostri monasteri di Gerusalemme e Tabgha”. Qui chiunque può trovare un luogo di preghiera e di incontro.
“Siamo una casa aperta a ogni essere umano”.
Restare nelle terre ferite. La presenza benedettina in luoghi segnati dalla violenza non è una novità nella storia dell’ordine. L’abate ricorda l’esempio di Montecassino, distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale e oggi circondata da cimiteri di guerra. “I monasteri benedettini sorgono spesso in luoghi feriti dalla storia. Anche la Terra Santa lo è profondamente. Proprio qui il voto di stabilità diventa un segno: quando arriva la guerra noi non scappiamo, restiamo”.
La fede nella Risurrezione. Il messaggio che i monaci vogliono testimoniare è quello della speranza cristiana. “Attorno a noi vediamo distruzione e morte. Ma la fede ci dice che la croce non ha l’ultima parola. Crediamo nella Risurrezione e nella possibilità di un nuovo inizio”. Per questo la comunità sceglie di restare accanto alla popolazione.
“Vogliamo condividere le ferite di questa terra e portarle davanti a Dio”.
Nonostante la guerra, l’abate vede anche segni concreti di speranza nella vita quotidiana della città. “Spesso si parla solo delle decisioni politiche, ma meno delle persone comuni. In realtà molti abitanti di Gerusalemme desiderano vivere insieme. Ci sono ebrei, cristiani e musulmani che lavorano per la riconciliazione”. Gerusalemme, sottolinea, non sarebbe la stessa senza le sue diverse comunità. “Questa città sarebbe impensabile senza ebrei e musulmani. Tutti apparteniamo a questo luogo”.
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