“Dio ci chiede di perdonare perché solo chi sa perdonare può ricevere il perdono di Dio e la salvezza che Gesù ci ha portato”. Dai videomessaggi quotidiani diffusi dalla parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza, il parroco, padre Gabriel Romanelli, continua a intrecciare la meditazione sul Vangelo con la testimonianza diretta della vita nella Striscia, segnata da una crisi umanitaria che non accenna ad attenuarsi. Temi centrali degli ultimi interventi del sacerdote sono il perdono, la speranza e la necessità di ricostruire non solo edifici e infrastrutture, ma anche relazioni, fiducia e senso del futuro.
La forza del perdono. Riflettendo sul Vangelo, padre Romanelli invita a riscoprire la forza del perdono cristiano, che non dipende dall’atteggiamento dell’altro. “Molti dicono: per perdonare, l’altra persona dovrebbe prima pentirsi. Ma dove sta scritto? Il Signore ci chiede di perdonare senza porre condizioni. Se l’altro non si pente, sarà una questione tra lui e Dio; io però avrò fatto la mia parte e avrò trovato la pace nel cuore”. Un perdono che, precisa il sacerdote, non significa negare il male ricevuto né dimenticare l’offesa. “Il male resta male. Perdonare significa però non permettere che continui a dominare la nostra vita e ad avere l’ultima parola”. Secondo il parroco della Sacra Famiglia, il perdono costituisce il fondamento di ogni autentico percorso di pace.
“Alla base della pace con Dio c’è il perdono. Alla base della pace tra fratelli c’è il perdono. E anche alla base delle relazioni sociali, perfino tra i popoli, c’è il perdono. Certo, è un cammino difficile, che richiede tempo, ma non è impossibile”.
Per questo, aggiunge, ogni credente è chiamato a essere seminatore di riconciliazione nei contesti in cui vive: “A noi tocca seminare riconciliazione, perdono, pace e vero amore”.
Domanda di giustizia. Nei suoi messaggi Romanelli richiama anche la figura di Cristo crocifisso come risposta alla domanda sulla giustizia e sul male. “La risposta è in Colui che pendeva dal legno della croce. Gesù, il Salvatore del mondo, avrebbe potuto reclamare per sé la suprema giustizia e invece pregò: ‘Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno'”. Da qui l’invito a pregare affinché “il Signore e la Vergine santissima ci insegnino a perdonare davvero”.
(Foto WeWorld)
Strade e segnali. La riflessione spirituale si intreccia con il racconto della realtà quotidiana di Gaza. “Ci sono strade senza segnali e segnali senza strade. Per arrivare in un luogo serve una strada, un sentiero, una via che unisca il punto da cui si parte a quello in cui si vuole arrivare”, osserva il sacerdote. L’immagine diventa il simbolo della condizione vissuta dalla popolazione della Striscia. “Anche nella vita spirituale abbiamo bisogno di indicazioni che ci dicano di non scoraggiarci, che ci mostrino la strada”.
“Oggi a Gaza mancano cammini, strade e segnali”.
“La guerra è così terribile che molte persone non hanno più una meta”, denuncia Romanelli. “La vita ha perso senso per tanti e ci sono persone che si sono quasi abbandonate perché, umanamente, non vedono segni di speranza all’orizzonte. La speranza in Dio, invece, esiste ed è presente”. A rendere ancora più difficile la situazione è la devastazione delle infrastrutture.
“Le strade sono, nella maggior parte dei casi, completamente distrutte o gravemente danneggiate. A volte restano i segnali ma non ci sono più le strade; altre volte ci sono le strade ma mancano le indicazioni. Questo contribuisce al caos e all’enorme difficoltà che sperimentiamo tutti qui a Gaza”.
Per il parroco non basta immaginare una conclusione del conflitto. “Non è sufficiente dire: finisce la guerra, comincia la pace. Bisogna capire quali sono i passi da compiere e in quale ordine. Prima di tutto occorre aiutare una popolazione immersa in una necessità atroce”.
Scuola in parrocchia (Foto Latin Parish Gaza)
Ricostruire dove possibile. Nel frattempo la comunità cristiana cerca di ricostruire ciò che è possibile. “Ci sforziamo di creare un clima di gioia e di umanità. Puliamo e ripariamo i luoghi dove viviamo. Stiamo sistemando una parte della scuola e della parrocchia con i materiali che riusciamo a trovare”. Le difficoltà non mancano: il cemento è raro e molto costoso. “Qualche volta siamo stati persino ingannati con cemento mescolato alla farina”, racconta il sacerdote. “Per riparare i banchi dei bambini vengono utilizzati anche i legni dei pallet con cui arriva la merce, mentre per la scuola si recuperano vecchie lavagne e altro materiale proveniente da edifici danneggiati”. Nonostante tutto, la parrocchia cerca di offrire spazi di normalità. La domenica, dopo la preghiera del mattino, famiglie e bambini trascorrono qualche ora vicino al mare. “Si potrebbe quasi parlare di un piccolo picnic. Il mare non è certamente pulito come un tempo, ma resta pur sempre il mare e bisogna accontentarsi di quello che c’è”. Momenti semplici, che permettono di condividere serenità e vicinanza in un contesto segnato dall’incertezza.
Pregare per la pace. “Continuiamo a pregare per la pace. Purtroppo non ci sono ancora segnali concreti di miglioramento della situazione”, conclude Romanelli. “Preghiamo perché si possano ricostruire i cammini, con la loro segnaletica, perché la gente possa ritrovare le proprie mete e il senso della propria vita. E soprattutto perché tutti possiamo ritrovare e conoscere il fine per il quale Dio ci ha creati e redenti: arrivare al cielo, alla gioia che non ha fine”.
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