Pace è una parola fragile oggi. Ha ancora senso l’annuncio evangelico “pace a voi” o rischia di essere retorico?
È retorico nella misura in cui pensiamo la pace come un ideale irraggiungibile. Per noi cristiani, invece, l’augurio “pace a voi” è qualcosa che dovremmo scambiarci anzitutto tra credenti. È l’invito ad accoglierci reciprocamente e ad accogliere il Signore risorto, che rende possibile deporre le armi almeno tra di noi. Credo che la comunità cristiana abbia il compito di porsi nel mondo come un luogo in cui violenza e aggressività vengano ‘scaricate’, perché c’è il Signore al centro.
Non parlo di un pacifismo astratto, ma di un’azione concreta che incoraggi la pace attraverso la logica della non violenza.
Anche il modo dei cristiani di stare nel dibattito pubblico dovrebbe essere segnato dalla mitezza e dall’ascolto dell’altro: così si avviano veri processi di pace, non solo evocandola, ma provando a costruirla con coraggio, praticandola ogni giorno.
Come distinguere la pace evangelica dalla rassegnazione silenziosa? Non c’è il rischio di confondere mitezza per passività?
Chi porta la pace in senso cristiano non è una persona che tace soffrendo interiormente. È qualcuno che ha imparato, attraverso la grazia di Dio, a dominare i propri istinti di rabbia e a rinunciare alla violenza perché ha compreso che non è la via del Vangelo e non costruisce nulla. È una persona che potrebbe arrabbiarsi, ma decide di non farlo. Non si nasconde dietro sorrisi di facciata né rimane inerte davanti ai problemi. È qualcuno che ha attraversato un conflitto interiore, magari tentando anche la strada delle maniere forti, ma poi si è accorto che quella logica non porta frutto.
Questo è il pacifista autentico: non usa la pace come una pomata da spalmare sulle ferite, ma come la scelta più giusta, che richiede decisioni continue, coraggiose, caparbie, quotidiane, di rinunciare alla violenza.
Spesso pensiamo la pace come un obiettivo sociale, più che come uno stato interiore. Come può maturare nel cuore dei credenti – e anche dei non credenti?
Se vogliamo la pace interiore dobbiamo avere il coraggio di rimanere nella nostra complessità. Non eliminare il combattimento tra luce e tenebre che abita il nostro cuore, ma imparare ad abitare anche la complessità del mondo, dove le differenze e i punti di vista si sono moltiplicati. La pace interiore non è la rimozione di ciò che ci disturba, ma l’equilibrio dentro la tempesta. È saper camminare sulle acque della propria complessità e di quella del mondo, come faceva Gesù.
Ma la complessità e il combattimento interiore non fanno paura?
A me fa più paura fare finta che non esistano. Fingere che vada tutto bene, che tutto possa andare bene senza attraversare il conflitto. Le persone davvero credibili non sono quelle dall’ottimismo superficiale, ma quelle che, nella propria complessità, riescono a stare in piedi, mantenendo una sana inquietudine. Il Vangelo racconta che Gesù, durante le tentazioni nel deserto, stava con le bestie e gli angeli lo servivano. Le bestie non se ne vanno, restano lì, come gli angeli. È un’immagine potente: Gesù ci insegna ad accettare il combattimento della vita, cercando un equilibrio possibile. Stare nel mare della tentazione e della complessità, sapendo che Dio ci aiuta a non esasperare, a non polarizzare, a non precipitare.