“Incontriamoci e finiamo questa guerra”: è il messaggio al Cremlino con cui Zelensky riposiziona sotto i riflettori mondiali il conflitto russo-ucraino. La risposta, che ostenta una pronta ospitalità a Mosca, ha un chiaro significato: ribadendo l’auspicio di una conclusione negoziale, essa vuole tuttavia che l’ospite sappia di non avere particolari leve al tavolo delle trattative.
Per comprendere l’iniziativa di Kiev serve quantomeno abbozzarne i moventi situazionali, per ipotizzare gli scenari conseguenti.
Il messaggio segue di circa un mese la promozione dell’Europa a una funzione mediatrice, stando alla conferenza stampa di Putin dopo la Parata della Vittoria: un modo per raccogliere due interventi di Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo, sull’opportunità di ripristinare il dialogo diplomatico. A nuocere agli sviluppi è intervenuta la serie di raid su Kiev con la minaccia russa di intensificarli come ritorsione per la strage nell’ostello studentesco di Starobelsk, nel russofono Luhansk. Né hanno giovato i reiterati richiami di Kaja Kallas sulla sconfitta da infliggere presto o tardi alla Russia, gli auspici lituani sulla distruzione di Kaliningrad e la rivendicazione estone di una cobelligeranza che impedirebbe alla Ue di mediare. Lo stesso dicasi per il progetto britannico di allestire una forza navale baltica di 9 Stati in funzione antirussa.
Tuttavia, gli scorsi giorni Zelensky ha pronunciato parole sintomatiche, denunciando il danno subito a causa del conflitto aperto contro l’Iran, che devia le armi statunitensi verso il Golfo Persico. In effetti vari sono gli analisti del Pentagono allertati dal consumo di armamenti e dalla tempistica del ripristino delle scorte comportato dal nuovo capitolo bellico, che costringono a lesinare le partite di giro di armi (nonostante il rincaro del 10%) che gli europei acquistano per poi inoltrare all’Ucraina. Frattanto le infiltrazioni di piccoli plotoni russi nelle retrovie non lasciano presagire nulla di buono per le logorate forze ucraine, nella prospettiva di nuovi affondi terrestri, complice l’asciuttezza estiva del suolo. D’altronde i raid ucraini nei confini russi fanno deflettere Mosca dalla tattica del logoramento a triplice binario a carico delle truppe nemiche, delle infrastrutture e delle capacità del sostegno euroatlantico.
Altri ancora sono i dati che il governo ucraino registra. L’insuccesso dell’appello di Rutte ai membri Nato di riservare a Kiev una quota fissa del pil si somma alla bocciatura della Germania al seggio nel Consiglio di Sicurezza, superata dai voti avuti da Portogallo e Austria, che non hanno la stessa posizione tedesca sul conflitto. E il calo di consensi domestici mostrato dai sondaggi sul conto dell’agenda estera di Merz preoccupano non meno delle nuove indagini per corruzione e riciclaggio a carico del “cerchio magico” dell’entourage presidenziale di Kiev. Ma soprattutto meritano attenzione le affermazioni di Rubio per cui – di fatto revocando lo “spirito di Anchorage” – gli Usa non potranno mediare tra Russia e Ucraina, mancando il requisito della neutralità, in quanto vitali fornitori di armi della seconda: un modo per tirarsi fuori, utile a isolare la guerra dai principali dossier che affannano Washington, a cui urge liberarsi dalle zavorre e marginalizzare i coinvolgimenti che rischiano di congiungersi in chiave sistemica con altri teatri, così da riproporre la Russia come controparte trasversale su diversi tavoli.
Nell’insieme, dunque, Zelensky può avere buone ragioni per recuperare l’iniziativa negoziale, anticipando con ciò gli eventi, nella paventata prospettiva di un fattivo abbandono.
Quanto sinora considerato potrebbe stridere con la circostanza dell’invito interlocutorio di Zelensky: curioso che esso, con Rutte in visita a Kiev, abbia seguito di poche ore il raid su San Pietroburgo, concomitante all’apertura della XXIX edizione dell’omonimo Forum economico, che ora conta 130 Paesi. Ma la contraddizione può essere sanata se, in filigrana, si legge l’attacco come un’azione dimostrativa: leva, prima di sedersi al tavolo, per mostrare la facoltà di colpire la Russia dove essa legittima un ruolo di primordine nella gerarchia globale. Così, d’altronde, si spiegherebbe la risposta del Cremlino: quando vuole, Zelensky potrà raggiungere Mosca, così suggerendo le effettive proporzioni, al netto di intimidazioni e minacce di una guerra asimmetrica senza requie.
Eppure resta un dato di fatto: la Russia continua a escludere percorsi negoziali con la sola Ucraina. Sia perché la ritiene mero strumento di un più esteso e articolato disegno antirusso, sia perché esige che i suoi sostenitori, paradossalmente proprio perché non neutrali, si prestino a mediare: così da compromettersi per le reciproche garanzie di tenuta di un eventuale trattato. Se garante non vuole essere la Casa Bianca, nell’ottica di Putin dovranno senz’altro implicarsi la Ue e le cancellerie maggiorenti. Questo ai fini risolutivi di una guerra che chiede di essere riconosciuta non come meramente territoriale: conformemente all’abc diagnostico della diplomazia e dei peace studies, per cui la corretta individuazione della matrice strategica di un conflitto è il primo requisito per immaginarne il superamento. Anche per tale ragione, al netto delle risonanze mediatiche, l’iniziativa di Zelensky rimette fatalmente la palla sui piedi europei.
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