Un dramma che scava nelle zone d’ombra della coppia. È il nuovo film di Paolo Genovese, “Il rumore delle cose nuove”, che inaugura la 21ª edizione della Festa del cinema di Roma (13-25 ottobre 2026). Il regista romano, classe 1966, apre la manifestazione capitolina con un film che scandaglia silenzi, fragilità, sentimenti e desideri di tre coppie, mettendo a tema la genitorialità, la condizione della persona con disabilità, gli affanni economico-sociali e la violenza sulle donne. Un racconto corale, dalle linee narrative intrecciate, corroborato da un ottimo cast: Emanuela Fanelli, Claudia Pandolfi, Vittoria Puccini, Stefano Accorsi, Lino Musella, Edoardo Pesce e Claudio Santamaria. Targato Lotus-Leone Film Group, Rai Cinema e Vice Pictures, in sala dal 12 novembre.
Un dramma giocato tra colpe e verità nascoste. Nell’elegante cornice della Milano contemporanea tre coppie si intersecano e contaminano. Anzitutto, Alba e Umberto, due romani trapiantati al Nord, dove lei si arrabatta come babysitter e donna delle pulizie, mentre lui fa clownterapia in ospedale. La coperta è corta, ma l’amore c’è, per Alba; Umberto è invece accecato da gelosia e frustrazioni. Poi, Viola e Ralph: lei è un’attrice che sta provando a rimettersi in partita con il lavoro, cui aveva rinunciato per inseguire il desiderio di maternità; Ralph è un uomo felice e risolto, innamorato della sua famiglia e del suo lavoro, fa il rumorista per il cinema, custodendo un’arte antica. Infine, Andrea e Andreina, sposati, affiatati e in carriera: lui è un fotografo di talento, mentre lei è un medico di pronto intervento; alla loro serenità familiare manca solo un figlio. E poi c’è Elio, uomo colto e benestante, ma solo, che vive recluso in casa dopo un problema di salute che lo ha reso disabile. Tutti loro sono destinati a collidere.
Genovese indaga i “non detti” nella coppia. Un film che “nasce da una domanda semplice – ha dichiarato il regista –: quanto conosciamo davvero le persone che amiamo? Mi interessava raccontare quel territorio fragile in cui la curiosità diventa bisogno di sapere e la verità, invece di liberarci, può cambiare per sempre lo sguardo su chi ci sta accanto. Ho cercato di farlo seguendo vite che si sfiorano e si contaminano, senza giudicarle, lasciando convivere dolore, ironia e contraddizioni”. Genovese ha evidenziato anche un legame tra il film e i suoi titoli di maggior successo: “Il tema dei segreti o del non detto. In ‘Perfetti sconosciuti’ affrontavo i segreti quotidiani nascosti dai cellulari; in ‘Follemente’ entriamo in maniera parossistica nelle teste svelando ciò che non si ha il coraggio di dire; nel ‘Rumore delle cose nuove’ ci sono i segreti dell’anima, che preferiamo lasciare dormienti”.
Un’umanità che barcolla tra incertezze e fragilità. “Il rumore delle cose nuove” è un dramma sociale-familiare di cui si riconosce con chiarezza lo stile visivo-narrativo di Paolo Genovese, che oltre a dirigere con mestiere firma il copione insieme a Igor Artibani, prendendo le mosse dal suo omonimo libro del 2023 (Einaudi). Un valzer di personaggi che dal caos iniziale percorrono le loro traiettorie in cerca di un nuovo, possibile ordine. Esistenze che vacillano non appena si scardinano segreti e verità tenuti sottopelle. Una spirale in cui si avvitano bugie, tradimenti e malinconiche illusioni. Tra i tanti temi in campo, ben governati da Genovese, due in particolare: la violenza domestica sulle donne e la condizione della persona con disabilità. Di entrambi i quadri è protagonista Emanuela Fanelli nel ruolo di Alba, che brilla per tonalità tragicomiche struggenti.
La donna ha un amore ingenuo, quasi devoto, nei confronti del marito Umberto (l’efficace Edoardo Pesce), infelice e violento. Lei fa di tutto per lui, saltando da un lavoro a un altro, sacrificando anche piccole gioie personali come il “lusso” di un rossetto pur di pagare le bollette. Ma non basta mai. Lui, che strappa sorrisi ai bambini di un reparto oncologico indossando la maschera di Topolino, a casa è accecato dalla gelosia, preda delle sirene della bottiglia. Intimidisce Alba, alza le mani su di lei, la fa sentire prigioniera. Genovese usa questo quadro come denuncia delle tante, troppe storie di femminicidio che serpeggiano nelle pareti domestiche della nostra società.
Poi c’è il quadro sulla disabilità, che vede protagonisti Alba ed Elio, quest’ultimo reso con delicatezza da un sempre bravo Claudio Santamaria. In cerca di un ennesimo lavoro, Alba finisce per fare da domestica a casa di Elio, un uomo un tempo appagato, che all’improvviso si è trovato relegato in carrozzina. Elio è ferito e scontroso, disincantato nei confronti della vita; l’arrivo della donna lo travolge, portando scompiglio, tra note di colore e umorismo. Lei lo spinge a uscire, a ritrovare una sua vitalità al di là della disabilità: Elio comprende che il suo limite non è la carrozzina, bensì l’essersi arreso. Genovese tratteggia questa linea di racconto in maniera acuta e con accortezza, tenendosi lontano da sguardi convenzionali.
Nel complesso “Il rumore delle cose nuove” è un film valido, con una seducente confezione formale, in primis la fotografia. Genovese sa dirigere bene, con mestiere. A ben vedere il racconto parte un po’ sottotono, trovando poi nel corso della narrazione ritmo e compattezza. Un’opera interessante, giocata tra evasione e approfondimenti di senso. Consigliabile-complesso, problematico, per dibattiti.