Meeting Rimini: Roseline e Nassera, “sorelle di dolore”. Quando la vittima cerca la madre dell’attentatore

Scritto il 21/08/2026
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(Rimini) Non è la storia di due donne travolte da una tragedia. O almeno, non soltanto. È la storia di una donna che decide di cercare la madre dell’uomo che ha ucciso suo fratello e di un’altra donna che, schiacciata dal dolore e dal senso di colpa, scopre che dall’altra parte c’è qualcuno disposto ad ascoltarla. Al Meeting di Rimini, Roseline Hamel, sorella di padre Jacques Hamel, e Nassera Kermiche, madre di Adel Kermiche, uno dei due terroristi che il 26 luglio 2016 assassinarono il sacerdote durante la messa a Saint-Étienne-du-Rouvray, hanno raccontato la nascita di un legame inatteso e profondo che oggi le porta a definirsi “sorelle di dolore”. A introdurre l’incontro, Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli, che ha ricordato i percorsi speculari delle due donne: una ha perso il fratello, l’altra il figlio. Due sofferenze diverse ma ugualmente devastanti, che negli anni si sono trasformate in un cammino condiviso, raccontato nel volume “Sorelle di dolore”.

Le ultime ore con Jacques. Roseline ha ripercorso le ultime ore trascorse con Jacques. La sera prima dell’attentato il sacerdote appariva particolarmente sereno. “Sono davvero felice di essere qui a tavola con voi”, disse ai familiari riuniti per cena. Una frase insolita per lui. Il mattino seguente uscì presto per celebrare la Messa. Qualche ora dopo arrivò la notizia dell’assalto alla chiesa e, dopo una lunga attesa, la conferma della morte del fratello. “Lo chiamavo, gridavo il suo nome come se potesse tornare da me”, ha raccontato. Ma la parte più intensa della sua testimonianza riguarda ciò che è avvenuto dopo. “Quando tutti erano tornati a casa, ho iniziato a chiedermi come avrei potuto sopravvivere a quel dolore e dare ancora un senso alla mia vita”. Per mesi ha cercato una risposta nella preghiera e nel dialogo con Dio. Finché un giorno, quasi un anno dopo la tragedia, le è sorta una domanda: “Chi può soffrire più di me?”. La risposta è stata una sorpresa. Il suo pensiero è andato a una persona che non aveva mai incontrato: la madre di uno degli attentatori.

“Mi sono immaginata il suo dolore, il senso di colpa, gli sguardi di disprezzo che doveva sopportare. Ho pensato che forse soffriva ancora più di me. E mi sono detta: non posso lasciarla sola”.

La ricerca di un inc0ntro. Da quel momento è iniziata una ricerca concreta. Roseline ha chiesto consiglio all’arcivescovo di Rouen, che l’ha incoraggiata. È riuscita così a ottenere un contatto telefonico e ha chiamato Nassera. Per mesi le due donne hanno parlato a distanza, inizialmente con prudenza, poi con una confidenza sempre più profonda. “Ogni due settimane ci sentivamo. Le nostre conversazioni diventavano sempre più intense”, ha ricordato Roseline. Quando infine le chiese di incontrarsi, arrivò una risposta che ancora oggi la commuove: “Signora, è da tempo che l’aspetto”. Per Nassera quell’invito fu inaspettato ma rappresentò una svolta. Dopo l’attentato, la sua famiglia aveva lasciato la casa per settimane a causa dell’assedio mediatico. “Guardavo le notizie ventiquattr’ore su ventiquattro cercando di capire cosa fosse successo a mio figlio e come fosse stato possibile”. Alla sofferenza per la morte di Adel si aggiungevano la vergogna, il giudizio degli altri e la convinzione di essere ormai sola. Anche per questo la telefonata di Roseline fu, come ha testimoniato ad una platea numerosa e attenta, “un soffio di vita”.

“Non volevo parlare con i giornalisti, non volevo raccontare nulla. Ma quando mi dissero che la sorella di padre Jacques desiderava incontrarmi provai qualcosa di diverso. Sentii che dovevo accettare”.

Da allora le due donne hanno iniziato un percorso comune fatto di ascolto reciproco, lacrime e condivisione.

La visita alla tomba di Adel. Uno dei momenti più significativi di questo cammino è stato la visita di Roseline alla tomba di Adel Kermiche. In quell’occasione lasciò un biglietto che Nassera ha voluto conservare e che oggi compare nel libro. “Adel, l’anima di mio fratello Jacques mi conduce fino a te. È una testimonianza del suo perdono. La fede dei credenti è speranza e il perdono è la via della pace”. Rileggendo quelle parole anni dopo, Roseline si è chiesta come avesse potuto scriverle appena due anni dopo la tragedia. “Mi sono risposta che quelle parole non venivano da me sola. Erano le parole che avevo ascoltato per tutta la vita da mio fratello. Sono parole di perdono”. Dal canto suo Nassera ha spiegato di aver scelto di rendere pubblica la propria storia per liberarsi dal silenzio e dal senso di colpa. “Molti pensano che non abbiamo fatto nulla. In realtà avevo chiesto aiuto, avevo avvertito le autorità, avevo cercato di intervenire quando ho visto la radicalizzazione di mio figlio”. La sua testimonianza, ha detto, nasce dal desiderio di affermare che “una madre non coincide con gli errori del proprio figlio”. Due donne che avrebbero avuto tutte le ragioni per rimanere separate dalla rabbia e dal dolore hanno invece scelto di cercarsi. Una scelta che non cancella la ferita, ma la trasforma in una possibilità di riconciliazione. tutto in due frasi: “Non potevo lasciarla sola” ha ricordato Roseline. “Era da tempo che l’aspettavo”: la risposta di Nassera.

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