“Sono nata all’interno del conflitto. Sono nata profuga, sono nata nel campo profughi di Dheisheh, a sud di Betlemme, mi sono sposata, ho creato la mia famiglia all’interno di un campo profughi che accoglie 16mila persone in mezzo chilometro quadrato”. È una testimonianza diretta e carica di sofferenza quella portata da Reem Al‑Hajajreh, attivista palestinese e fondatrice di “Women of the Sun”, intervenuta oggi al YouTopic Fest di Rondine Cittadella della Pace, nel panel “Se la guerra è una scelta, anche la pace può esserlo: voci inquiete oltre il conflitto israelo‑palestinese”.
“Sono nata profuga”. Il suo racconto parte dalla vita quotidiana nei campi profughi, “la realtà più difficile e più dura nel contesto palestinese”, dove “ogni famiglia che abita in un campo profughi piange una perdita, un martire, un ferito, un prigioniero. Tutti hanno a che fare con il lutto o la perdita”. Una condizione che segna profondamente l’esistenza:
“Tutte le persone, le madri, che vivono sotto l’occupazione hanno il terrore che i propri figli vengano uccisi”.
Da questa esperienza nasce l’impegno. “Ho pensato di creare un’organizzazione, ‘Le donne del sole, ‘Women of the Sun’, per dare modo alle donne di far sentire la propria voce, parlare del proprio dolore, di far conoscere quello che spesso i media non raccontano”. Un’iniziativa definita come “una piattaforma dedicata alle voci femminili, libera da ogni corrente politica e di attivismo”, fondata sul dialogo e sulla diplomazia popolare.
Una vita basata sulla paura. Al-Hajajreh insiste su un concetto di pace concreto e quotidiano: “Il nostro concetto di pace non è quello di cui si parla nella politica, nei trattati politici: per noi pace significa dormire tranquille la notte, sapere che le nostre case non verranno distrutte, che il nostro lavoro non verrà gettato via, che i nostri figli non verranno portati via, imprigionati, torturati, uccisi”. Una definizione che nasce dalla paura, “una vita basata sulla paura, sul terrore”, dove
“abbiamo paura che i nostri figli non rientrino più a casa, abbiamo paura di attraversare un checkpoint, abbiamo paura di tutto in ogni momento”.
Proprio da questa condizione prende forma la scelta della nonviolenza: “Il mio obiettivo è quello di avere mio figlio salvo, vivo e che ci sia una ‘resistenza’ fatta con il dialogo e non con le armi”.
Foto Calvarese/SIR
La generazione del muro. Una convinzione che si fonda su un sentire comune: “Questa paura, questo dolore è un denominatore comune tra tutte le donne, la paura per i propri figli, per il loro futuro, per la loro casa”. L’organizzazione coinvolge donne “in tutti i Territori Occupati, a Gerusalemme Est e a Gaza” e guarda con preoccupazione alle nuove generazioni:
“La generazione dei nostri figli che è nata dopo il 2000 da noi si chiama la generazione del muro. Sono giovani che, sin dalla loro nascita, vedono soltanto soldati, muro e paura”.
Per questo il lavoro educativo è centrale: “Lavoriamo formando i ragazzi sugli aspetti politici, per dare loro una cultura politica tale da proteggerli dalla tentazione di essere trascinati in radicalismi e fondamentalismi”. Nel suo intervento Al-Hajajreh non manca di riconoscere la sofferenza delle madri e delle donne israeliane: “Riconosciamo che c’è un altro popolo che vive sulla stessa terra. Non mettiamo in dubbio che ci sia tanto dolore dall’altra parte”. Da qui anche il dialogo con donne israeliane: “Abbiamo fatto un accordo tra madri palestinesi e israeliane, per chiedere la garanzia di una giustizia, di una pace, di una tranquillità per tutte a 360°”. L’obiettivo finale è chiaramente politico, pur venendo dalla società civile: “Uno degli obiettivi principali è quello di ‘obbligare’ le nostre due leadership politiche a tornare a sedersi al tavolo delle trattative per trovare una soluzione duratura e giusta e che le donne possano prendere parte a questa trattativa”.
Il panel, moderato dalla giornalista e scrittrice Chiara Zappa, ha visto anche la partecipazione di altre voci israeliane e palestinesi, tra queste Sarah Mustafa, scrittrice italo-palestinese; Manuela Dviri, giornalista italo-israeliana e Yael Admi, cofondatrice e presidentessa del movimento Women Wage Peace. Tutte unite dal rifiuto della logica della guerra, a conferma del messaggio al centro del festival: la pace, come la guerra, è una scelta possibile.
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