Al termine del Mondiale statunitense del 2026, conclusosi con il successo della Spagna sull’Argentina, Abel Balbo offre al Sir una lettura che va oltre il risultato sportivo. L’ex centravanti dell’Albiceleste, protagonista di tre Coppe del Mondo, riflette sul livello tecnico della competizione, sull’identità che continua a caratterizzare la Nazionale argentina anche dopo l’era Messi e sul significato di indossare una maglia che rappresenta un intero Paese. Non manca uno sguardo al rapporto tra fede e calcio, tema sul quale Balbo si sofferma richiamando l’importanza di una spiritualità autentica e dei valori che continuano a dare senso allo sport.
Sul piano strettamente sportivo non credo sia stato il Mondiale più bello. Mi riferisco soprattutto alla qualità del gioco: non abbiamo assistito a un grande numero di partite memorabili e nemmeno sono emersi nuovi talenti tali da sorprendere il pubblico. I protagonisti sono stati, nella maggior parte dei casi, calciatori che già conoscevamo. Diverso è il discorso sul piano organizzativo e mediatico: sotto questo profilo è stato uno straordinario spettacolo. Le infrastrutture, l’organizzazione, la partecipazione della gente e l’aspetto dell’intrattenimento sono stati di altissimo livello.
L’Argentina ha perso la finale, ma ha confermato di essere una nazionale con una forte identità anche dopo l’era Messi. Quale eredità lascia questo gruppo?
L’Argentina rimane una squadra molto forte. Ha tanti giovani di grande qualità e altri calciatori che finora hanno trovato meno spazio ma che rappresentano un ricambio importante. Il futuro è assicurato. Alla vigilia del Mondiale ritenevo che le nazionali più forti fossero Francia, Spagna e Argentina. Alla fine ha vinto meritatamente la Spagna, perché è stata la squadra che ha espresso il miglior calcio durante tutta la competizione.
Lei ha disputato tre mondiali con la maglia dell’Argentina. Quanto pesa rappresentare il proprio Paese?
Pesa tantissimo, perché rappresenti la tua nazione e milioni di persone che si identificano in quella maglia. Vestire la maglia dell’Argentina, come quella del Brasile, della Germania, dell’Italia, della Francia o della Spagna, significa portare con sé una storia e una tradizione straordinarie. Sono Nazionali che hanno sempre avuto grandi campioni e riuscire a conquistare uno dei posti disponibili è ogni volta una sfida difficilissima.
C’è qualcosa dell’Argentina di oggi che le ricorda la Nazionale dei suoi tempi?
L’Argentina è sempre rimasta fedele alla propria identità. È qualcosa che appartiene al Dna di noi argentini. Oltre alle qualità tecniche, che non sono mai mancate, esiste uno spirito combattivo che ci ha sempre contraddistinto. Quando non riusciamo a esprimere il nostro miglior calcio, troviamo comunque la forza nella determinazione, nell’unione del gruppo e nella convinzione di poter raggiungere il risultato. Questo atteggiamento è rimasto immutato nel tempo.
Lei ha parlato più volte della sua fede. In un ambiente competitivo come il calcio c’è ancora spazio per la dimensione spirituale?
Credo che tutto dipenda dall’autenticità con cui si vive la fede. I gesti esteriori hanno valore soltanto se corrispondono a una convinzione profonda. Mi ha colpito molto ciò che ha detto il commissario tecnico della Spagna, Luis de la Fuente, quando gli è stato chiesto del suo rapporto con la preghiera. Ha spiegato che prega e si affida a Dio non per vincere una partita, ma per svolgere bene il proprio lavoro, per prendere le decisioni giuste e per non arrecare danno ai propri giocatori. Ecco, questo modo di vivere la fede mi sembra molto bello e autentico.
Questo Mondiale ha confermato un calcio sempre più legato allo spettacolo, all’immagine e agli interessi economici. C’è ancora spazio per valori come fraternità, umiltà e servizio, richiamati spesso anche da Papa Leone XIV?
Questi valori esistono ancora, anche se oggi rischiano di essere messi in secondo piano perché prevalgono sempre di più lo spettacolo e gli aspetti economici. Tuttavia continuano a emergere tanti esempi di fraternità. Al termine della partita la competizione finisce e rimangono le persone. I calciatori tornano a essere uomini che si rispettano e si riconoscono reciprocamente. Credo che questo patrimonio umano sia ancora presente nel calcio e che vada custodito.