Dal G7 al summit Ue: in un mondo in fiamme è ancora tempo di multilateralismo

Scritto il 18/06/2026
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Spenti i riflettori su Evian, si riaccendono a Bruxelles. Dopo il G7 in terra francese del 15-17 giugno, con i leader di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti, si torna – il 18 e 19 giugno – nella capitale belga in compagnia dei 27 capi di Stato e di governo Ue. Ma l’agenda resta più o meno la stessa: Ucraina, Medio Oriente, sicurezza, squilibri macroeconomici globali (alias Cina), migrazioni (accogliendo il voto dell’Europarlamento sul Regolamento rimpatri, che sancisce le deportazioni di immigrati irregolari, anche minori, in Paesi terzi, compresi quelli “sicuri” solo sulla carta). Al summit europeo si aggiunge, rispetto al G7, il tema del bilancio pluriennale, sempre troppo risicato per un’Europa con ambizioni geostrategiche mondiali.

In questi giorni su Evian, e ora su Bruxelles, permangono nuvole dense. Soprattutto su Medio Oriente e Ucraina. Nel primo caso l’accordo Usa-Iran mostra, a ben guardare, il fallimento della guerra voluta da Trump contro il regime di Teheran. Dopo settimane di bombardamenti, morti e distruzioni, con la chiusura dello Stretto di Hormuz e il lievitare del prezzo del greggio, lo stesso regime dispotico esce rafforzato. Nessun cambio di governo in Iran, che invece si vede riconosciuta la statura di attore politico in grado di firmare un accordo con Washington; il popolo iraniano non ha riguadagnato la libertà; la potenza militare iraniana e forse anche la capacità nucleare rimangono sostanzialmente intaccate. In più c’è la possibilità che gli ayatollah si portino a casa un gruzzolo da 300 miliardi (chi pagherà?) per la ricostruzione del Paese ferito dagli attacchi americani e israeliani. Sulla vicenda ucraina, invece, i sette “grandi”, con l’aggiunta dell’Ue, hanno forse ritrovato una sintonia di massima e rassicurato Zelensky di ulteriori aiuti. Ma in quanto alla fine della guerra, a una pace duratura, alla ricostruzione dopo l’aggressione russa per ora si viaggia attorno a tante promesse.

All’indomani del G7 resiste un interrogativo di fondo: si può ancora parlare di multilateralismo? La cosiddetta “Comunità internazionale” è in grado di nutrire obiettivi comuni, definiti e sostenuti da una pluralità di soggetti presenti sulla scena globale? Sono domande che hanno preceduto e accompagnato la riunione di Evian e che ora si riversano sull’Europa comunitaria. I 7 leader, assieme a Costa e Von der Leyen (Ue), erano convenuti in Francia per affrontare un ordine del giorno che, almeno sulla carta, appariva assai pretenzioso: nelle diverse sessioni di lavoro, circoscritte sostanzialmente in 48 ore, si sarebbe dovuto discutere di sfide geopolitiche, pace e sicurezza per l’Ucraina e l’Europa, situazione in Medio Oriente, un sistema economico e commerciale più equilibrato, il futuro dell’intelligenza artificiale. Tutto questo in un frangente storico segnato da conflitti che vanno moltiplicandosi, instabilità regionali, deboli accordi di pace (Usa-Iran, appunto), democrazie messe alla prova da populismi e nazionalismi. E una massa crescente di bambini, donne e uomini che per ragioni vecchie e nuove soffrono a causa di guerre, povertà, fame, ingiustizie sociali.

Un G7 con protagonisti di primo piano, a capo di nazioni potenti, ricche e in armi, ma loro stessi non di rado causa di quelle instabilità e chiusure che minano la pace mondiale: primo fra tutti, ovviamente, il Presidente Usa, Donald Trump, che un giorno si autoassegna il Nobel per la pace e il giorno dopo avvia devastanti azioni di guerra. Tra gli invitati extra-G7 figuravano capi di Stato e di governo di grandi Paesi democratici, di Stati in guerra, di “tigri” economiche, di malcelate dittature: Brasile, Corea del Sud, Egitto, Emirati Arabi, Kenya, India, Qatar, Siria, Ucraina. Incombenti, poi, sullo sfondo, figure non meno preoccupanti, cui si deve l’escalation di conflitti – guerreggiati o economici – che a loro volta rendono il Pianeta meno vivibile: basterebbe citare il russo Putin, l’israeliano Netanyahu, il cinese Xi Jinping, i capi di alcuni Paesi mediorientali, africani o sudamericani fra i quali – solo per fare qualche nome – proprio l’Iran, la Corea del Nord, l’Afghanistan, il Sudan, il Mozambico, Haiti, la Colombia…

Insomma, un quadro carico di incertezze che l’occasione del G7 ha messo in mostra in modo lampante. Eppure, il G7 rimane oggi – in piena crisi di credibilità delle Nazioni Unite – una delle poche occasioni rimaste per mettere attorno a un tavolo responsabili governativi che dialogano sui grandi temi della geopolitica. Tanto che, alla vigilia dell’incontro di Evian, dall’Unione europea era giunto un segnale di attesa e di speranza: “In un momento in cui l’economia mondiale è minacciata da incertezza geopolitica, tensioni commerciali e aumento degli squilibri, i leader dovrebbero dimostrare che il multilateralismo è essenziale per affrontare le attuali sfide internazionali e garantire un contesto economico stabile e prevedibile in tutto il mondo”. “Dovrebbero”, appunto: il condizionale è d’obbligo, benché confermi come, anche nei momenti più contrastati della storia, non possa mancare lo spazio per il dialogo, per definire prospettive di collaborazione, per invocare la pace, per costruire il futuro dell’umanità. È presto per tracciare un bilancio del G7 di Evian. Ora gli sguardi si spostano a Bruxelles per il Consiglio europeo. Il multilateralismo e la pace, pur minacciati e continuamente offesi, non possono uscire dall’agenda della politica internazionale.

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