Non è mai facile raccontare fatti personali, per almeno tre motivi. Primo: c’è il rischio di essere fraintesi. Secondo: si svela un pezzo della propria intimità, e questo non è semplice. Terzo: bisogna uscire dalla cosiddetta “comfort zone”, quel terminale protettivo a cui siamo abituati. Eppure, chi sceglie questo percorso lo fa con consapevolezza, perché la condivisione sia piena rispetto a un avvenimento o – ancor più – capace di restituire l’integralità di una persona e del suo vissuto.
Siamo nei primi anni Duemila. Da giovane redattore dell’Agenzia Sir, per una serie di coincidenze mi trovai a gestire una situazione inaspettata: il direttore dell’epoca, Paolo Bustaffa, doveva assentarsi per un impegno all’estero. Erano giorni di trambusto internazionale e poteva rendersi necessario raccogliere la dichiarazione di una voce importante della Cei. Non avrei mai immaginato che si trattasse del cardinale presidente Camillo Ruini, né che sarebbe stato lui a chiamare me. Una mattina squillò il telefono d’ufficio: “Sono don Camillo, sei pronto?”. “Certo”, risposi con la voce un po’ tremante. Presa la dichiarazione, il cardinale disse: “Se ritenete, mettete le stellette” – nel gergo delle agenzie, un modo per segnalarne l’importanza. Io spiegai che eravamo ancora in transizione dall’analogico al digitale e che i nostri lettori non erano abituati a quei segni. Lui rispose con semplicità disarmante: “Fate voi”. E concluse: “Grazie!”.
Ripenso spesso a quell’episodio e alle telefonate dello stesso periodo con il presidente del Sir, mons. Giuseppe Cacciami, citato nel testamento spirituale del card. Ruini. Da quella mattina trassi due insegnamenti: l’attenzione ai dettagli (le stellette) e, soprattutto, la cura delle relazioni (quel grazie). Col tempo ho capito come ogni azione di Ruini fosse animata da una grande fede che ne orientava l’impegno pastorale, sociale e politico. Nelle sue parole questa dimensione trovava un principio ermeneutico decisivo: non trasmettere semplici opinioni, ma farsi portatori di una visione della realtà donata da Cristo e in Cristo. È qui che risiede quello che lui chiamava “occhio della fede”: la prospettiva, donata dallo Spirito, che illumina la comprensione degli avvenimenti. Nel Vangelo il fondamento: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito” (Gv 16, 13).
La fede, dunque, come sguardo nuovo sull’intera realtà umana. Con tale consapevolezza i media cattolici affrontano le tematiche: tutto viene letto e interpretato in quella prospettiva. In questa luce risuonano le parole di mons. Cacciami nel primo editoriale del Sir: “Senza presunzione, con realistico senso dei nostri limiti, ma con concreta determinazione, intendiamo dare il nostro contributo concreto a spogliare l’informazione religiosa da quei ‘modelli’ riduttivi che la selezionano, la divulgano, la interpretano con un’ottica esclusivamente ideologica, politica e partitica”. Una lezione ancora attuale.
Camillo Ruini: la fede come sguardo nuovo sull’intera realtà umana
Scritto il 19/06/2026