In un mondo che pare voler camminare in direzione opposta al bene, perché ostinarsi a far del bene? Anzi, si sarebbe quasi tentati di dire che del bene a questo mondo poco importa. Eppure non è così. Eppure, al mondo, c’è chi fa del bene la propria ragione di vita. E gli esempi non mancano. Come la Piccola Casa della Divina Provvidenza che il 30 aprile di ogni anno celebra la festa del suo fondatore, quel San Giuseppe Benedetto Cottolengo che quasi due secoli fa comprese due valori: quello della testimonianza attraverso l’accoglienza incondizionata degli ultimi e di chi ha più bisogno, e quello della Provvidenza come potente “motore di bontà”.
Il Sir ne ha parlato con Padre Carmine Arice, Superiore della Piccola Casa, in occasione della festa del Santo, tappa fondamentale verso il bicentenario del “carisma della Famiglia Cottolenghina”. Perché, ed è la prima cosa che don Carmine sottolinea, parlando di Piccola Casa si deve pensare subito ad una famiglia e non ad una congregazione religiosa. “Noi – spiega – siamo una famiglia dedita a far del bene seguendo le orme del nostro fondatore, una famiglia di religiose e religiosi, laici, amici, ospiti. Ognuno di noi contribuisce con il proprio essere, la propria cultura, la formazione che ha ricevuto, la vita che ha vissuto. Non ci sono barriere, muri, preclusioni”. Ed è già qui una risposta al mondo che guarda dall’altra parte. Per questo, tra l’altro, il tema della giornata di festa è “Fede e Culture”.
(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Ma non si tratta “solo” di credere, ma di “fare”. Per gli altri e prima di tutto per gli ultimi. “In questo – dice don Carmine – credo si possa dire che dopo duecento anni sia ancora presente il carisma del fondatore, della cui presenza dobbiamo dire grazie ma che dobbiamo declinare al tempo presente. Per questo ogni nostra azione, ogni opera, ogni investimento vengono indicati come carismatici”. Investimenti che, nel tempo hanno creato una grande opera di bene. Oggi la Piccola Casa significa 24 Case di accoglienza in tutta Italia che accolgono in totale 1800 tra anziani e persone con disabilità e fragilità, una mensa di Casa Accoglienza a Torino che fornisce ogni giorno 300 pasti, 11 scuole in tutta Italia, un ospedale a Torino che ogni anno cura oltre 6700 persone (la gran parte con SSN) e fornisce 530mila prestazioni sanitarie ambulatoriali. Tutto senza dire delle missioni in India, Ecuador, America del Nord e Africa (Kenya, Tanzania, Etiopia).
Si deve però tornare alla domanda iniziale: ha ancora senso in questo mondo parlare di bene?
Padre Carmine è netto: “Ha più senso di prima. Quando il buio si fa più fitto, c’è più bisogno di luce. Quanto più c’è un mondo al contrario, in cui paiono prevalere egoismi, interessi di parte, prevaricazioni, muri e volenze, tanto più c’è bisogno di luoghi che con semplicità e quotidianità accendano delle luci”.
Bene che illumina, quindi. Anche se far del bene non è come fare una passeggiata: ci vogliono coraggio, ostinazione, caparbietà, volontà. Carmine Arice aggiunge: “Noi dobbiamo rispondere all’enigma del male che c’è nel mondo. E possiamo farlo partendo da due constatazioni: Dio non vuole il male di nessuno, a Dio sta a cuore l’uomo che soffre”. Padre Carmine sta però con i piedi ben piantati in terra, così come lo è tutta la Piccola Casa. “La fede – dice – non preserva dal dolore e dalle fatiche, ma può illuminare il difficile cammino di chi soffre. Non è facile avere fede e non è facile far del bene. Ci vogliono risorse materiali e spirituali”. E’ qui che entra in gioco la Provvidenza. “A chi straordinariamente confida, il Signore straordinariamente provvede” è, per questo, il tema degli Orientamenti Pastorali per il 2026 proposti alla Famiglia Cottolenghina.
Ma la risposta del Cottolengo al mondo che pare andare in direzione opposta al bene, non si esaurisce qui. La sfida delle sfide per il Cottolengo è offrire non solo cure materiali ma anche cure spirituali. Perché se si vuole guardare alla persona umana nella sua totalità, è necessario costruire una cura integrale: dare non solo aiuti materiali, ma soddisfare il bisogno di senso che l’umanità dolente si porta dietro. Quel senso della vita senza il quale la vita non ha significato. Padre Carmine insiste: “Il bene va fatto bene. Chi ha fame ha prima di tutto bisogno di pane, ma il pane non basta”. Torna così un vocabolo chiave nell’esperienza della Famiglia Cottolenghina, quella parola che è davvero la risposta al mondo che dal bene allontana lo sguardo. La chiave è la speranza. “Noi – dice padre Carmine – cerchiamo di dare speranza agli ammalati, agli anziani, alle persone con disabilità, ai bimbi, agli adolescenti, a chiunque sia in difficoltà. A chi crede di essere lo scarto della società mentre è meravigliosa creatura di Dio”.
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