L’unica regista donna in gara ha vinto il Leone d’oro all’83ª Mostra del cinema della Biennale di Venezia, ma non si tratta di una vittoria-riscatto di genere dopo le polemiche iniziali: è un film di qualità. “Woman Unknown” della danese May el-Toukhy è un’opera dal chiaro rigore visivo-narrativo, che mette a tema la violenza sul corpo delle donne e la doppia morale nella società dell’immediato dopoguerra. Forte dell’interpretazione in sottrazione di Mathilde Arcel, Coppa Volpi per la miglior attrice, l’opera mostra il percorso tortuoso di una cameriera nella Danimarca del 1945, che sta per sposare il proprio datore di lavoro quando il recente passato bussa alla sua porta. Il suo “errore” durante la guerra, la “scelta” di un rapporto con un soldato tedesco, l’ha marchiata quasi come ne “La lettera scarlatta”. La società dà la caccia alle cosiddette collaboratrici orizzontali e lei, per nascondere le proprie fragilità, precipita in una vertigine di sbagli e sofferenze. “Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo: attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo non si tratta di un fenomeno relegato al passato”, ha sottolineato la regista. La giuria, presieduta da Maggie Gyllenhaal e con l’italiano Francesco Casetti tra i componenti, non ha faticato a trovare la quadra. Lode al merito.
(Foto La Biennale di Venezia)
La Coppa Volpi a Malkovich
Non ha ottenuto il Leone d’oro, come molti giustamente speravano, Martin McDonagh con il riuscito “Wild Horse Nine”, ma l’autore si può consolare con la Coppa Volpi a John Malkovich per un ruolo di grandi chiaroscuri, dall’irriverente al tragico. Un riconoscimento che può spianargli la strada verso gli Oscar 2027.
Il secondo premio più importante è andato a “Possible Love” di Lee Chang-dong, targato Netflix, che ha conquistato giuria, critica e pubblico: il racconto della società sudcoreana odierna, tra lavoro che viene meno, lotte sindacali ed erosione dei rapporti familiari, amplificato dallo scontro di classe tra borghesia e operai. Un film che, nonostante la lunghezza esasperante (167 minuti), ha trovato una chiave efficace per arrivare al pubblico.
Sempre il terreno del lavoro, con le sue spietate disparità, è quello di denuncia del francese Stéphane Brizé in “Un bon petit soldat”, cui è andato meritatamente il riconoscimento per la sceneggiatura. Brizé, che da tempo presidia i diritti dei lavoratori – sua la trilogia “La legge del mercato”, “In guerra” e “Un altro mondo” -, si conferma autore acuto e misurato, con una chiave non più collerica ma sarcastica per marcare le storture del presente.
(Foto Venezia 83)
Il premio speciale a “Naza”
Premio speciale della giuria al documentario “Naza” degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Accolto con il più lungo applauso della Mostra, il film prodotto da “The Guardian” e dal premio Oscar Jonathan Glazer è un duro atto d’accusa contro le lucide uccisioni di civili, i cosiddetti danni collaterali, compiute dai servizi israeliani nei bombardamenti su Gaza. Uno sguardo politico che viene dall’interno. Meritava il Leone d’oro, come molti acclamavano? No, perché il limite dell’opera è nel tema stesso, così raggelante da prendere il sopravvento sulla dimensione visivo-estetica.
(Foto La Biennale di Venezia)
L’Italia resta a mani vuote
L’Italia resta a mani vuote, fatta eccezione per Orizzonti: “I figli della scimmia” di Tommaso Landucci conquista la miglior sceneggiatura e l’interpretazione maschile, di Riccardo Scamarcio. Ma i cinque film italiani del concorso principale rimangono a secco. Quale il problema? I più riusciti, “Succederà questa notte” di Nanni Moretti e “Il fuoco che ti porti dentro” di Edoardo De Angelis, forse hanno scontato una scarsa comprensione da parte della giuria internazionale. Moretti ha firmato un film bellissimo e arioso, giocato sul desiderio di felicità; De Angelis ha composto un ritratto sbeccato di una famiglia riunita la vigilia di Natale, che avrebbe meritato il riconoscimento per la protagonista Vanessa Scalera. Tra gli altri italiani, da menzionare la vis visivo-stilistica di Paolo Strippoli con “L’estranea” e il duro “Ritorno a Buenos Aires” di Marco Bechis, sul trauma delle violenze nell’Argentina della dittatura, con un’interpretazione di rara bravura di Adriano Giannini. Da premio.
Per il resto, va riconosciuta al direttore artistico Alberto Barbera e ai suoi selezionatori l’abilità di aver composto un cartellone di elevata e quasi omogenea qualità. Una selezione varia e valida, che ha certamente richiesto un lavoro non facile alla giuria.
Spiace registrare qualche assenza nel palmarès: quella del giapponese Hirokazu Kore-eda con il poetico “Look Back”, che però ha trionfato nei premi collaterali, in particolare il Signis Prize, il premio cattolico internazionale, il più antico alla Mostra dal 1948; e quella di “A Bit of Light” dell’iraniano Ali Asgari, storia di un uomo vinto dalla vita che ritrova una ragione per andare avanti grazie al calore familiare. Entrambi avrebbero meritato più considerazione.