Israele, al via oggi le consultazioni. Avrum Burg: “Non basta sostituire Netanyahu, va ricostruita la democrazia”

Scritto il 04/11/2026
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Mentre in Israele prendono il via oggi (e domani) le consultazioni del presidente Isaac Herzog per la formazione della nuova maggioranza parlamentare – conferimento conteso tra Gadi Eisenkot e Benjamin Netanyahu – all’indomani delle elezioni del 27 ottobre, il quadro politico appare segnato da profonde divisioni e da un’incertezza senza precedenti.

Avrum Burg

Al Sir, Avrum Burg, già presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, presidente ad interim dello Stato di Israele e tra le voci politiche israeliane più autorevoli, analizza gli scenari aperti dal voto, il ruolo crescente dei partiti arabi, il rapporto con gli Stati Uniti e la crisi della democrazia israeliana. Per Burg, il Paese si trova davanti a un bivio: proseguire lungo la strada di una “democrazia illiberale” oppure rilanciare il proprio sistema democratico attraverso una rinnovata fiducia nelle istituzioni, una piena inclusione dei cittadini arabi israeliani e una nuova visione del rapporto con i palestinesi. “Israele non è una società perduta”, sostiene, ma il cambiamento richiede coraggio politico, leadership e la capacità di costruire una vera alternativa fondata su diritti, uguaglianza e convivenza.

Prima di passare alla politica israeliana, vorrei chiederle delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti. Come valuta i risultati?
Li guardo da tre prospettive diverse: l’America, il mondo e Israele. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, questi risultati rappresentano l’inizio della fine di una fase di follia politica. Dopo anni di un’amministrazione che considero estremamente problematica, gli americani stanno riprendendo nelle proprie mani la responsabilità della vita pubblica. Hanno respinto estremismo e fanatismo. Questo mi sembra molto importante. Sul piano internazionale, vedo una lotta che attraversa molte democrazie: quella tra populismo e responsabilità. Gli Stati Uniti non sono un caso isolato. Spero che questo messaggio venga recepito anche altrove. È accaduto in Brasile con Lula contro Bolsonaro, è accaduto in molti altri Paesi. Infine c’è la prospettiva israeliana. Da un lato, il presidente americano potrebbe trovarsi molto limitato nella politica interna e quindi essere più attivo sul fronte internazionale. Dall’altro, non sappiamo ancora quale sarà il suo orientamento in politica estera. Non sappiamo se agirà a favore di Israele, contro Israele o semplicemente prescindendo da Israele.

(Foto ANSA/SIR)

In che misura questo risultato può influenzare la politica israeliana?
Nel breve periodo non credo che avrà effetti immediati sulla politica interna israeliana. Potrebbe però avere conseguenze molto importanti sul rapporto a lungo termine tra Israele e Stati Uniti. In America il clima sta cambiando. Israele non è più un tema popolare come un tempo, né in ampi settori del Partito Democratico né in parti significative del Partito Repubblicano. Se Israele continuerà sulla strada attuale, rischia di perdere progressivamente il sostegno americano.

Oggi iniziano le consultazioni con il presidente Herzog. Il ‘Blocco del cambiamento’ guidato da Gadi Eisenkot sembra avere un leggero vantaggio ma non dispone di una maggioranza chiara. Quale scenario ritiene più realistico: un governo guidato da Eisenkot, una grande coalizione di unità nazionale o nuove elezioni?
Al momento è impossibile fare previsioni. Le contraddizioni tra i diversi partiti sono molto profonde e le promesse fatte durante la campagna elettorale rendono estremamente difficile trovare un terreno comune. Per questo motivo ritengo improbabile che si arrivi rapidamente a una soluzione. La mia impressione, anche se potrei sbagliarmi, è che non accadrà nulla in tempi brevi. È molto più probabile che qualsiasi sviluppo politico arrivi soltanto verso la fine del periodo concesso dal presidente per la formazione del governo, cioè tra quasi due mesi.

Durante la campagna sono stati posti tre veti: niente accordi con i partiti arabi, niente accordi con gli ultraortodossi e niente accordi con Netanyahu. La domanda è quale di questi veti verrà infranto per primo.

Lei ha spesso denunciato l’indebolimento delle istituzioni democratiche israeliane e il declino della fiducia dei cittadini. Queste elezioni offrono una reale opportunità di rinnovamento politico?
Vorrei sottolineare alcuni aspetti. Il primo è che il Likud e alcuni dei suoi alleati stanno cercando di esportare in Israele una sorta di “6 gennaio”, simile a quanto avvenuto a Washington dopo le elezioni del 2020. Stanno cercando di delegittimare il risultato elettorale, di insinuare che il voto sia stato rubato, sostenendo che la polizia, lo Shin Bet e altre istituzioni abbiano complottato. Temo che continueranno ad alimentare questo clima di caos. Il secondo elemento riguarda i danni arrecati negli ultimi quattro anni alla credibilità delle istituzioni statali: la Corte Suprema, la polizia, l’esercito, i servizi di sicurezza, la politica e perfino i media. Oggi ciò di cui Israele ha bisogno va ben oltre la semplice politica.

È necessario ricostruire la fiducia dei cittadini nel proprio Paese, nelle sue istituzioni e nel sistema democratico.

(Foto ANSA/SIR)

I partiti arabi potrebbero trovarsi in una posizione decisiva. È arrivato il momento di superare i tradizionali veti e costruire una nuova cooperazione tra cittadini ebrei e arabi?
Dal mio punto di vista personale, certamente sì. Sono ebreo e da molti anni voto per una lista araba unita. Ritengo che il momento per questa cooperazione sia arrivato già molto tempo fa. Per gran parte della popolazione ebraica israeliana si tratta ancora di un’idea difficile da comprendere e sostenere. Tuttavia la realtà sta cambiando. Il fatto che i partiti arabi abbiano conquistato 19 seggi alla Knesset non è un episodio occasionale. È un fatto politico molto significativo.

È il segnale che molti cittadini arabi israeliani non sono più disposti ad accettare marginalizzazione e discriminazioni e desiderano che i loro rappresentanti partecipino pienamente alla vita politica nazionale.

Credo che questa tendenza continuerà a rafforzarsi e che sempre più israeliani, soprattutto nel campo dell’alternativa a Netanyahu, cominceranno a chiedersi come aprire finalmente la politica ebraica e quella araba a una vera collaborazione. Penso che questa possibilità sia molto più vicina di quanto molti politici vogliano far credere. Servono coraggio e leadership, come hanno dimostrato Mansour Abbas e altri esponenti politici. Ma il punto di svolta è stato raggiunto con l’elezione di 19 deputati arabi alla Knesset.

Lei ha definito Israele “militarmente forte ma psicologicamente impaurito”. Come uscire da questa mentalità e costruire una visione politica per il futuro, sia riguardo a Gaza sia al conflitto israelo-palestinese?
Dopo il 7 ottobre sia la società israeliana sia quella palestinese sono profondamente traumatizzate, spaventate e riluttanti a collaborare. Senza entrare nel dibattito su chi abbia iniziato per primo o sulle responsabilità di Hamas, che considero un’organizzazione criminale, il fatto è che le atrocità del 7 ottobre e quanto è seguito hanno prodotto un’altra generazione destinata a diffidare dell’altra parte, ad odiarla e a cercare vendetta. Viviamo uno dei momenti più bui della nostra storia. Ma allo stesso tempo molti israeliani, e credo anche molti palestinesi, hanno compreso che

la logica del “noi uccidiamo voi e voi uccidete noi” non porta da nessuna parte.

Le persone stanno iniziando a cercare alternative. È un processo ancora agli inizi, fragile e difficile da esprimere politicamente, ma esiste. Con il tempo credo che questa ricerca di un’altra strada diventerà più forte. Per fortuna esistono palestinesi ed ebrei coraggiosi, capaci di opporsi agli estremismi presenti nelle rispettive società. Per questo credo che il cambiamento sia possibile.

Lei ha ricoperto diversi incarichi di primo piano all’interno della politica israeliana. È stato membro e presidente della Knesset (1999-2003), presidente ad interim dello Stato di Israele (luglio-agosto 2000), Presidente dell’Agenzia Ebraica per Israele (Jewish Agency) dal 1995 al 1999. Guardando oggi al suo Paese, vede una strada verso una democrazia più inclusiva e verso un diverso rapporto con i palestinesi?
Fino a quattro anni fa Israele era una democrazia con un deficit democratico. A causa dell’occupazione, dell’assenza di una Costituzione e delle discriminazioni nei confronti dei cittadini arabi israeliani, era una democrazia incompleta. Tuttavia, era una democrazia viva, aperta e funzionante. Negli ultimi due o tre anni, sotto Netanyahu, sia l’offensiva contro il sistema giudiziario sia le guerre che abbiamo vissuto hanno trasformato Israele in una democrazia disfunzionale. Se volessi utilizzare un termine oggi diffuso nel dibattito internazionale, direi che Israele è diventato una democrazia illiberale. La destra israeliana ha separato i valori democratici da quelli liberali. Lo abbiamo già visto in altri Paesi, come la Russia, l’Ungheria di Orbán e la Turchia di Erdoğan: sistemi che mantengono alcuni meccanismi democratici ma sono privi dei valori liberali fondamentali. Israele è passato dall’essere una democrazia con deficit democratici a una democrazia illiberale.

Finché il campo alternativo non avrà il coraggio di costruire una vera partnership con il 20% della popolazione israeliana, cioè i cittadini arabi, e finché Israele continuerà a mantenere sotto occupazione milioni di palestinesi in Cisgiordania privandoli dei loro diritti democratici, non meriterà pienamente di essere definito una democrazia.

Come immagina il futuro di Israele?
A dire il vero non amo le visioni utopiche. Credo che la politica sia l’incontro di due energie. La prima è la lotta quotidiana contro ciò che si considera sbagliato: bisogna contrastare il male ovunque lo si incontri, nella società, nelle istituzioni e nella vita pubblica. La seconda è non rinunciare mai alla speranza. Le stesse forze che hanno reso possibile gli Accordi di Oslo, il ritiro da Gaza o, più recentemente, il governo Bennett-Lapid che ha sostituito Netanyahu, possono ancora produrre cambiamento. Israele non è una società perduta. Certamente esistono settori della società che oggi richiedono un profondo processo di deradicalizzazione. Ma credo che la maggioranza degli israeliani, se le venisse proposta un’alternativa credibile, concreta e visibile, fondata sui diritti civili, sulla parità, su una costituzione e sulla fine dell’occupazione, sarebbe pronta a sostenerla.

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