Panico: “Abbiamo dato tanto alla nazione, chiediamo aiuto per un’emergenza grave”

Scritto il 16/10/2026
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Un lavoro degno che permetta di vivere in modo dignitoso per sé e la propria famiglia. È il grido che arriva dalle acciaierie di Taranto dell’ex Ilva. Dopo giorni di protesta, scioperi e strade bloccate è arrivata la resa. Si levano le tende, ma le richieste rimangono. “I lavoratori sentono grandissima incertezza e rivendicano di poter vivere non solo con gli ammortizzatori sociali. Chiedono lavoro, ma su quale tipo non c’è un fronte unanime”, spiega don Antonio Panico, direttore diocesano dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro, giustizia e pace della diocesi di Taranto. “Io ho sentito un po’ di operai e si dividono tra quelli che non vorrebbero cambiare il loro lavoro e quelli che si rendono conto che ormai quel modello produttivo non si può più portare avanti perché è troppo dannoso e quindi sperano di poter fare altro”.

La protesta adesso è stata revocata anche grazie al tavolo che il governo ha aperto per il 27 ottobre, cosa si aspettano gli operai e i tarantini in generale?

I tarantini si aspettano una cosa che, lo stesso vescovo di Tranato, mons. Ciro Miniero, ha ribadito oggi in un messaggio, ovvero che venga creata una legge per Taranto. Abbiamo dato tanto alla nazione, siamo una delle cosiddette zone di sacrificio, e ci aspettiamo un po’ d’aiuto perché quello che si paventa è un’emergenza grave. Se in tante migliaia di persone dovessero perdere contemporaneamente il posto di lavoro, allora verrà fuori una situazione ingestibile. I lavoratori non vogliono essere semplicemente aiutati a sopravvivere, vogliono lavorare.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Che tipo di lavoro potrebbe essere offerto?

In effetti ci sono serie di suggerimenti interessanti, come gli sgravi per coloro i quali prenderanno a lavorare persone che vengono dall’ex Ilva e questo dovrebbe in qualche modo riuscire a drenare un po’ di manodopera. Però non è sufficiente. In realtà in tutti questi anni non è mai stato pensato dalle istituzioni un piano B. Durante le lezioni di sociologia dell’ambiente, chiedo agli studenti che cosa si potrebbe realizzare a Taranto non essendoci più l’Ilva. Molti propongono di creare un’Ilva più piccola. La soluzione sarebbe percorribile, senza grande impatto, lavorando delle bramme che arrivano da altri contesti. Oppure potenziare l’aspetto turistico; ne abbiamo avuto una prova con i giochi del Mediterraneo. E ancora, dare più spazio alla cosiddetta economia del mare, quindi cantieristica navale, anche perché i nostri operai la carpenteria in ferro la sanno fare e per le navi servirebbe. Poi bisognerebbe pensare a degli insediamenti industriali non più chiaramente impattanti come quello che abbiamo avuto negli ultimi 60 anni.

Come pastorale del lavoro, voi come vi state muovendo?

Cerchiamo di creare ponti, proviamo a dialogare con tutte le componenti e cerchiamo di evitare lo scontro, mantenendo i toni bassi. Proviamo a essere accanto alle persone che soffrono per la malattia e a quelli che soffrono perché hanno il timore di perdere il lavoro e quindi di avere una vita estremamente complessa da portare avanti. Quindi come Pastorale cerchiamo di essere vicini agli uni e agli altri, li ascoltiamo, preghiamo e poi siamo molto impegnati sul versante dell’educazione ambientale. Abbiamo una commissione importante che lavora da anni, una commissione diocesana per la custodia del creato che è composta da esperti e da persone che arrivano dai movimenti ecclesiali. Tra le altre cose, forse la cosa più bella, quella che dà più soddisfazione è il premio, arrivato quest’anno all’undicesima edizione, per la custodia del creato dedicato alle scuole. Ai vincitori viene dato un premio in denaro, offerto da persone che appartengono alla società civile, per i migliori lavori sulle tematiche ambientali. E questo ciò che la Chiesa dovrebbe fare: essere presente, premiare le buone prassi, cercare di essere contagiosa.

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