Dieci precetti per usare l’IA senza disimparare a pensare

Scritto il 30/09/2026
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“Sii consapevole, sii protagonista, sii attento, sii curioso, sii intelligente, sii ragionevole, sii responsabile. Custodisci la tua libertà, custodisci l’umano, cura le relazioni”. Sono i dieci precetti del “Decalogo per un uso umano, libero e responsabile dell’intelligenza artificiale”, che propongo per educare la coscienza nell’ambiente digitale.
Il decalogo nasce da una più ampia ricerca antropologica, teologica ed educativa sulla formazione della coscienza nell’ambiente digitale, sviluppata attorno a un interrogativo fondamentale: “Come custodire l’umano nel tempo dell’intelligenza artificiale?”. È la prospettiva nella quale Papa Leone XIV, nell’enciclica “Magnifica humanitas”, invita ad affrontare le trasformazioni dell’IA salvaguardando il primato e la dignità della persona.
La questione non riguarda soltanto l’uso di uno strumento, ma i processi attraverso cui la persona conosce, giudica, decide e assume responsabilmente le proprie scelte.
Se l’IA interviene in questi processi, educare al suo uso significa anche interrogarsi sulla formazione della coscienza, perché la persona rimanga soggetto del proprio conoscere e agire.
Non si tratta di mettere sotto accusa una tecnologia dalle grandi possibilità, ma di spostare l’attenzione dalla macchina alla persona che la utilizza. La domanda decisiva non è soltanto che cosa l’IA sappia fare, ma che cosa accade all’essere umano mentre la usa. La sfida è servirsene senza disimparare a pensare, comprendere, verificare, scegliere, assumersi responsabilità e incontrare realmente gli altri. L’obiettivo è dunque favorire il passaggio dall’utente al soggetto.
Dalla riflessione teorica ho ricavato i criteri operativi della proposta. Da qui i dieci precetti. “Sii consapevole”: prima di usare l’IA, chiediti che cosa stai cercando, perché e quale parte della tua attività mentale stai delegando alla macchina. “Sii protagonista”: rimani soggetto; usa l’IA per ampliare le tue capacità, non per sostituirle. “Sii attento”: considera dati, contesto, omissioni e conseguenze e custodisci la tua libertà interiore. “Sii curioso”: non fermarti alla prima risposta e continua a fare domande. “Sii intelligente”: comprendi ciò che ricevi, invece di limitarti a ripeterlo. “Sii ragionevole”: verifica fonti, fatti e argomentazioni, senza confondere il plausibile con il vero. “Sii responsabile”: considera tuo soltanto ciò di cui sei disposto a rispondere personalmente. “Custodisci la tua libertà”: conserva la capacità di pensare, scrivere, creare e decidere anche senza IA. “Custodisci l’umano”: non ridurre identità, dignità e fragilità delle persone a materiale digitale. L’altro deve rimanere sempre “volto e non funzione” (MH, 114). “Cura le relazioni”: non confondere una relazione simulata con l’incontro reale con una persona. L’IA può aiutare a preparare un incontro, superare una barriera linguistica o trovare parole più adeguate, ma non può sostituire la presenza, l’ascolto, la tavola condivisa, la comunità e il servizio; neppure il silenzio, la preghiera, l’ascolto della Parola e il discernimento spirituale.
Il passaggio “dall’utente al soggetto” indica così un obiettivo educativo preciso: non soltanto informare sui rischi e sulle opportunità dell’IA, ma aiutare a esercitare consapevolmente le operazioni attraverso cui conosciamo e agiamo – prestare attenzione, interrogarsi, comprendere, verificare, giudicare e decidere responsabilmente – per custodire ciò che è propriamente umano anche nell’ambiente digitale.
Riflessione teorica e decalogo possono offrire una base per percorsi formativi oggi sempre più necessari anche nella comunità ecclesiale. La questione riguarda infatti non solo la competenza digitale, ma la formazione integrale della persona: una responsabilità che appartiene da sempre alla missione educativa della Chiesa. Sacerdoti, religiose e religiosi, insegnanti, catechisti, operatori pastorali e laici si confrontano ormai quotidianamente con l’IA. Formare al suo uso significa formare anche attenzione, capacità critica, libertà interiore, responsabilità e qualità delle relazioni. Come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 1783-1785), formare alla fede significa anche formare la coscienza, perché una fede adulta richiede persone capaci di comprendere, discernere, giudicare e assumersi responsabilmente le proprie decisioni.
La sfida dell’IA riconduce così alla questione forse più decisiva: non soltanto quali strumenti l’uomo sarà capace di costruire, ma quale uomo sarà capace di diventare mentre li utilizza.

(*) sacerdote e teologo, delegato delle Missioni cattoliche italiane in Gran Bretagna, ha collaborato, nel n. 7-8/2026 di “Orientamenti pastorali”, al dossier “Magnifica humanitas: la sapienza del limite”

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