Ebola in R. D. Congo. Crescono contagi e vittime, servono motociclette per trasportare i malati

Scritto il 13/08/2026
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L’epidemia di febbre emorragica Ebola dal ceppo rarissimo Bundibugyo registra in queste ore un’impennata in tutta la Repubblica Democratica del Congo. Le ambulanze non sono sufficienti e in molti casi non arrivano a destinazione perché le strade sono interrotte o non esistono. L’ultima richiesta dei sanitari è quella di poter ottenere delle motociclette per trasportare i pazienti. “La situazione non sta evolvendo positivamente”, ci racconta al telefono da Bunia, in Ituri, Xavier Macky, coordinatore dell’organizzazione congolese Justice Plus.
“I casi aumentano rapidamente e siamo ancora troppo lontani dal picco: per riuscire a far al meglio il lavoro di intervento servono troppe cose. Le ambulanze in alcuni casi non arrivano, ci vorrebbero delle moto, che sono più agili”.Scoppiato nella provincia aurifera dell’Ituri, precisamente a Mongbwalu il 15 maggio scorso, questo focolaio ancora senza vaccino, non si contiene. Si è esteso ad altre quattro province orientali: Nord e Sud Kivu, l’Alto Uele, e Tshopo. E minaccia i paesi limitrofi dove si registra qualche caso. Il 90% degli infetti resta concentrato nell’Ituri, ma la paura serpeggia anche altrove.
Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità al 30 luglio erano stati registrati 3.748 infetti e 1.587 decessi. Il senso di impotenza, unito ad una sorta di rallentamento nell’intervento, per via della guerra, delle milizie, dello scetticismo della gente e della scarsa prevenzione, rende il diciassettesimo focolaio uno dei più difficili da stroncare.

Scrive la Reuters che medici e infermieri non vengono pagati da tre mesi e questo genera tensione e scioperi. “Chi si prenderà cura di noi se ci ammaliamo? Chi ci pagherà?”, dice Sophie Kabondo, operatrice sanitaria. In una sola settimana a luglio scorso, sono stati segnalati oltre 560 nuovi casi e quasi 300 morti: il dato più alto dall’inizio dell’epidemia. La paura del complotto però resta uno degli ostacoli maggiori.“Ci sono due categorie di persone qui – ci confessa padre Eliseo Tacchella, comboniano a Isiro, nell’Alto Uele – Quelli che sono convinti della pericolosità dell’Ebola, e chi pensa che sia tutta un’invenzione. Credono che se la gente va in ospedale iniettano in loro il virus dell’ebola o altro, e poi muoiono! La credenza è che ad ogni morto gli operatori sanitari ci guadagnino qualcosa. Siamo alla follia”.L’Alto Uele sembrava abbastanza al riparo dalle milizie armate e dal virus, tanto che padre Tacchella, giunto quest’inverno in Congo per una nuova missione, ci rassicurava sulla relativa pace della provincia. Poi anche qui i gruppi armati legati all’Uganda hanno iniziato a fare irruzione.Alcuni giorni fa un momento di gioia ha interrotto la tensione, nella parrocchia di Sant’Anna: “il coro ha celebrato e i giovanissimi cantanti hanno organizzato una giornata di festa che ha richiamato molti invitati da tutto il quartiere”, racconta padre Eliseo.
Nel distretto minerario di Mongbwalu, dove tutto è iniziato, la vita non si è fermata nonostante Ebola: “l’economia dell’oro continua ad attirare un flusso incessante di lavoratori, commercianti e persone in cerca di fortuna, trasformando la città mineraria in un crocevia dove il virus viaggia velocemente”, scrive il The Star che parla di “febbre dell’oro”.
Mumbere Saidi è un ragazzo di 27 anni: era fuggito verso l’Ituri incalzato dalle milizie armate, e nelle miniere del nord-est aveva trovato un lavoro. Passava le giornate a setacciare la terra alla ricerca di qualche pepita. Poi è arrivato l’Ebola e la sua vita è di nuovo a rischio. Tre crisi concomitanti sono davvero troppe per un solo Paese e la popolazione congolese non regge più a tanta tensione e dolore.

(*) Popoli e Missione

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