Nel febbraio del 2000, sul palco del Festival di Sanremo, Jovanotti cantava “Cancella il debito”. La canzone si inseriva nella campagna internazionale Jubilee 2000, che chiedeva ai governi dei Paesi ricchi di cancellare il debito delle nazioni più povere. A 26 anni di distanza, quella richiesta è ancora di attualità, anche se il problema è diventato molto più grande e complesso.Il debito pubblico mondiale ha raggiunto 111mila miliardi di dollari nel 2025,secondo l’Unctad, la Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Oltre due terzi sono detenuti dai Paesi sviluppati, che rappresentano meno di un quinto della popolazione mondiale, mentre il debito cresce rapidamente nei Paesi in via di sviluppo.
(Foto Unctad)
Il debito pubblico, di per sé, non è necessariamente un problema. Uno Stato può prendere denaro a prestito per costruire infrastrutture, scuole, ospedali, reti energetiche, sostenere famiglie e imprese durante una crisi o finanziare investimenti destinati a produrre crescita. Il meccanismo diventa problematico quando il costo del finanziamento cresce più rapidamente dell’economia e delle entrate pubbliche. Una quota sempre maggiore del bilancio finisce allora per pagare gli interessi anziché finanziare nuovi investimenti e servizi. I numeri dell’Unctad fotografano bene questa situazione. Nel 2025 i Paesi in via di sviluppo avevano accumulato 35mila miliardi di dollari di debito pubblico e pagato quasi 995 miliardi di dollari di interessi netti. La quota mediana delle entrate pubbliche destinata agli interessi è salita all’8,1%, quasi il doppio rispetto al 2010. Il dato più significativo riguarda però le conseguenze sociali:
3,7 miliardi di persone vivono in Paesi nei quali lo Stato spende più per gli interessi sul debito che per la sanità o l’istruzione.
(Foto Unctad)
Sono 1,2 miliardi in più rispetto al 2010. Ma chi presta tutti questi soldi? I creditori sono molto diversi: altri Stati, il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale e le banche regionali di sviluppo, ma anche banche commerciali, fondi d’investimento, fondi pensione, assicurazioni e altri investitori privati. Quando uno Stato emette un titolo di Stato, riceve denaro dagli acquirenti e si impegna a restituire il capitale pagando un interesse. Quel rendimento diventa quindi un’entrata per il creditore. Il sistema non implica automaticamente che chi presta guadagni e chi prende a prestito perda: il denaro può finanziare investimenti capaci di produrre sviluppo. Il problema nasce quando il costo del debito diventa così elevato da comprimere lo spazio disponibile per le altre politiche pubbliche.
Il prezzo del denaro, inoltre, non è uguale per tutti. Gli investitori valutano il rischio di un Paese sulla base della crescita economica, dell’inflazione, della stabilità politica, della situazione dei conti pubblici e della capacità di restituire il prestito. Più alto è il rischio percepito, maggiore sarà l’interesse richiesto. Si crea così un paradosso:
un Paese più povero o fragile può essere costretto a pagare di più proprio perché è considerato più rischioso.
(Foto Unctad)
Secondo l’Unctad, se i Paesi in via di sviluppo potessero finanziarsi alle stesse condizioni dei Paesi sviluppati, risparmierebbero circa 500 miliardi di dollari l’anno in interessi. A questo si aggiunge il problema della valuta.
Molti Paesi contraggono debiti in dollari o in altre valute forti, mentre le loro entrate sono principalmente nella valuta nazionale. Se questa si indebolisce, il debito estero diventa automaticamente più costoso. La Banca mondiale rileva che tra il 2022 e il 2024 i Paesi in via di sviluppo hanno pagato ai creditori esteri 741 miliardi di dollari in più, tra capitale e interessi, rispetto ai nuovi finanziamenti ricevuti: il saldo negativo più ampio almeno degli ultimi cinquant’anni. Quando un Paese non riesce più a sostenere le scadenze può arrivare alla ristrutturazione del debito: si possono allungare le scadenze, ridurre gli interessi, concedere periodi di grazia o, in alcuni casi, diminuire il capitale dovuto. Ma non è semplice. I creditori possono essere numerosi e avere interessi diversi: governi, banche multilaterali e investitori privati devono trovare un accordo. Nel 2024 i Paesi in via di sviluppo hanno ristrutturato 90 miliardi di dollari di debito estero, il valore più alto dal 2010.
Il problema, quindi, non riguarda soltanto quanto uno Stato deve, ma a chi deve il denaro, a quale tasso, in quale valuta e per quanto tempo. È la combinazione di questi elementi a determinare quanto spazio rimane nei bilanci pubblici per sanità, istruzione, infrastrutture e sviluppo. Anche le economie avanzate sono alle prese con un debito elevato.
(Foto Unctad)
Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2025 il debito pubblico mondiale è arrivato a poco meno del 94% del Pil e potrebbe raggiungere il 100% entro il 2029.
Anche l’Italia si colloca in questo scenario: nel primo trimestre 2026 il debito pubblico italiano era pari al 138,9% del Pil, il secondo valore più alto dell’Unione europea dopo la Grecia. Nel 2025 la spesa per interessi ha raggiunto il 3,9% del Pil. Un dato che aiuta a comprendere la questione: il problema del debito non è soltanto quanto si deve, ma quanto costa continuare a finanziarlo. La differenza è che gli Stati economicamente più forti dispongono generalmente di mercati finanziari più profondi, valute più solide e maggiore capacità di accesso al credito. Per molti Paesi in via di sviluppo, invece, l’aumento degli interessi può trasformarsi rapidamente in meno risorse per i servizi essenziali. È in questo contesto che nasce la Borrowers’ Platform, sostenuta dalle Nazioni Unite e dall’Unctad e promossa da oltre 30 Paesi. L’obiettivo è dare ai Paesi debitori una voce più forte nell’architettura finanziaria internazionale, attraverso il coordinamento delle posizioni, la condivisione di competenze e una maggiore capacità negoziale. Il primo Governing Council della piattaforma si riunirà a Bangkok il 12 ottobre, con la partecipazione di ministri delle Finanze e governatori delle banche centrali. Dalla campagna “Cancella il debito” del 2000 alla nuova iniziativa dei Paesi debitori, la questione è dunque cambiata. Non si tratta soltanto di chiedere la cancellazione dei debiti, ma di interrogarsi sulle condizioni alle quali gli Stati possono finanziarsi e sulla sostenibilità di un sistema nel quale il costo del denaro è molto diverso da Paese a Paese. Dietro i 111mila miliardi di dollari di debito pubblico mondiale non c’è soltanto una gigantesca cifra finanziaria. Ci sono governi, banche, fondi, istituzioni internazionali e soprattutto miliardi di persone. La domanda, alla fine, non è soltanto quanto il mondo deve, ma chi incassa gli interessi, chi decide le condizioni e quanto resta per costruire il futuro.
(Foto Unctad)