Conflitti. Mocior (Caritas Polonia): “Senza la cura del trauma non si costruisce né pace né futuro”

Scritto il 27/06/2026
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In Ucraina, a Gaza, in Sudan, nella regione etiope del Tigray. In ogni contesto dove ci sono conflitti, abusi, e vengono commessi crimini contro l’umanità, tra cui violenze sessuali su donne e bambini, per riemergere dal buio bisogna prima affrontare il trauma con un importante lavoro di sostegno psicologico. Lavorare con i singoli e con le famiglie, e poi passare alla comunità. “Altrimenti non è possibile costruire una visione positiva del futuro. Il trauma, infatti, priva le persone del domani e della speranza”. Parla con convinzione, fervore e passione Nina Mocior, psicoterapeuta di Caritas Polonia, specializzata nella terapia sistemica familiare e in interventi nei contesti di conflitto, con una lunga esperienza con i veterani di guerra e le famiglie in Ucraina e in Etiopia, ora anche in Palestina. Attualmente Caritas Polonia sostiene in Ucraina quattro centri per famiglie a Kam”janec’-Podil’s’kyj, Žytomyr, Odessa e Kharkiv. Nel Tigray, in Etiopia, lavora nelle scuole e nelle comunità scolastiche, con programmi rivolti sia ai genitori sia agli insegnanti, traducendo i concetti della psicologia e della terapia in lingue e categorie culturali locali. L’abbiamo incontrata durante la Conferenza di Caritas internationalis sulla salute a Castelgandolfo.

Nina Mocior, psicoterapeuta di Caritas Polonia – (foto: Caiffa/SIR)

Prima la famiglia, poi la comunità. La psicoterapeuta ci tiene a sottolineare l’importanza di mantenere il focus sulla famiglia, che di solito durante guerre, crisi ed emergenze si tende a trascurare, perché l’attenzione si concentra più sull’individuo per poi passare direttamente alla comunità. Ma in questo passaggio si rischia di trascurare la dimensione fondamentale della coppia, delle relazioni affettive e della famiglia. Il sostegno alla famiglia è una priorità perché, precisa, “nei primi anni di vita il genitore rappresenta la principale figura di attaccamento per il bambino. Se il genitore non sta bene, il bambino avrà maggiori difficoltà nel proprio sviluppo”.  “Certamente il sostegno comunitario, l’accompagnamento spirituale e il lavoro di gruppo rappresentano strumenti straordinari di cura, ma non dobbiamo dimenticare che la famiglia rimane l’unità fondamentale della società”, ribadisce.

Il lavoro di Caritas Polonia con i veterani di guerra in Ucraina, ad esempio, si inserisce in un ampio programma di reintegro sociale, che comprende attività ricreative, programmi per il rafforzamento delle competenze genitoriali e interventi rivolti all’intero nucleo familiare. “Sono persone che hanno vissuto esperienze estremamente traumatiche sul fronte e sono state successivamente smobilitate dall’esercito – racconta al Sir –.

Ma anche le loro famiglie, i figli e il partner, hanno sofferto per anni, durante l’assenza del padre o del partner impegnato in guerra.

Proponiamo percorsi terapeutici individuali, gruppi di sostegno per i familiari, percorsi dedicati alla genitorialità o alla ricostruzione dei legami familiari e, quando necessario, terapia familiare”.

Senza la cura del trauma non si riesce a programmare il domani. In quindici anni di lavoro Nina Mocior ha formato e supervisionato tanti professionisti locali per lavorare sul trauma e sul disturbo post-traumatico da stress. “Senza una cura adeguata del trauma, una condizione in cui viene meno una narrazione coerente della propria vita, non può esserci un autentico processo di costruzione della pace – afferma convinta –. Senza affrontare il trauma, i bambini non riescono a tornare a scuola e ad apprendere in modo efficace: il loro sistema nervoso è profondamente compromesso, hanno difficoltà di memoria, concentrazione e comportamento”. Se il trauma non viene trattato e il sistema nervoso non viene stabilizzato, “le persone non riescono a ricordare, a concentrarsi e nemmeno a pianificare il proprio domani”. Anche perché molti problemi, come l’abuso di sostanze o alcuni disturbi comportamentali, sono collegati alla disregolazione emotiva e alle conseguenze di esperienze traumatiche. “Per questo è essenziale lavorare anche sugli adulti e sul loro benessere psicologico”.

Le violenze sessuali sulle donne. Lo stesso vale per le donne traumatizzate, in particolare nelle zone dove si sono verificati numerosi episodi di violenza sessuale. “Spesso non riescono a concentrarsi sulla propria vita quotidiana e sul proprio futuro”. Le Nazioni Unite hanno confermato che, tra il 2024 e il 2025, l’entità della violenza sessuale legata ai conflitti, usata come arma di guerra, è raddoppiata. Solo nell’ultimo anno, sono stati segnalati casi in 21 Paesi del mondo, e non soltanto in Africa. Il dato più allarmante è che, per ogni caso denunciato, si stima che ce ne siano circa venti che non vengono segnalati per paura dello stigma sociale. Nella regione etiope del Tigray, ad esempio, “l’80% delle donne che si rivolgevano ai nostri servizi riferiva di aver subito una qualche forma di abuso sessuale”. Per questo, puntualizza Mocior,

“è fondamentale creare spazi sicuri in cui le donne possano parlare apertamente di ciò che è accaduto. Il silenzio è uno degli ostacoli più difficili da superare.

Molte sopravvissute hanno bisogno prima di tutto di sentirsi riconoscere che ciò che hanno subito è stato sbagliato e ingiusto. Hanno bisogno di essere ascoltate, credute e accompagnate”.

La guarigione è un percorso lento. A volte gli operatori umanitari invitano le persone a cercare di ripartire immediatamente. Ma prima di ogni altra cosa c’è bisogno “di una base sicura”: supporto psicosociale, sostegno psicologico e, quando necessario, interventi specialistici. Solo dopo aver stabilizzato le persone colpite da traumi così forti, spiega la psicoterapeuta, solo allora “possono entrare in gioco altre dimensioni: il sostegno della comunità, l’accompagnamento spirituale, le iniziative basate sulla fede religiosa. Tutti questi elementi si integrano molto bene con il percorso di guarigione”.

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