“I fatti drammatici di questi ultimi anni ci consentono di profilare il radicalizzato di oggi che ha delle caratteristiche ricorrenti: tendenzialmente agisce da solo; è un immigrato di seconda o terza generazione, anche se formalmente integrato; ha sperimentato condizioni di disagio sociale e di marginalità che hanno alimentato un rabbioso antagonismo nei confronti della società occidentale, dei suoi valori e dei suoi simboli; non di rado ha evidenti problemi psichici”. E’ Paolo Naso a tratteggiare al Sir le caratteristiche del radicalizzato oggi. Lo fa dopo che domenica scorsa, a Berlino un furgone è entrato nel parco cittadino di Tiergarten e ha investito la folla radunata per una manifestazione Lgbtq+, uccidendo una persona, una donna, e provocando diversi feriti di cui tre in gravissime condizioni. La polizia ha ucciso l’aggressore, al termine di una caccia all’uomo durata fino al tardo pomeriggio di domenica 26 luglio. Si tratta di Abdul Ballout, 21 anni, uscito a maggio dal riformatorio, noto alle autorità e legato ad “ambienti islamisti”. Paolo Naso, è docente emerito di Scienza Politica alla Sapienza Università di Roma. Dal 2014 al 2024 ha coordinato il Consiglio delle relazioni con l’islam istituito presso il Ministero dell’Interno e, da esperto di fondamentalismi religiosi, ha recentemente pubblicato “Dio benedica l’America. Il fondamentalismo cristiano dai creazionisti a Donald Trump” (Claudiana 2026). Lo abbiamo intervistato.
Paolo Naso (foto di P. Naso)
Il fanatismo jihadista sembrava essere silente in Europa, rispetto agli anni bui degli attentati terroristici del primo e decennio del 2000. L’attacco a Berlino lo ha riportato purtroppo di nuovo alla cronaca. C’è ed è ancora vivo un rischio estremismo di matrice islamista in Europa e in Italia? Dove attacca più facilmente? Chi ne sono le vittime e chi invece i promotori?
Più che di fanatismo jihadista, parlerei di radicalizzazione religiosa islamista che ha caratteristiche fisiologicamente diverse da quelle delle reti che organizzavano gli attentati violenti nei primi anni 2000 in Spagna, Francia, Germania. Allora gli attentatori si formavano nei campi militari di Siria e Iraq che forniva loro un retroterra logistico. Oggi le connessioni dell’internazionale del fondamentalismo islamista non hanno la consistenza del passato e l’islamista contemporaneo è prevalentemente un individuo che ha fatto un percorso di radicalizzazione “fai da te”, sviluppatosi sul web e nutrito dei messaggi d’odio che circolano sulla rete. In passato lo ha spiegato bene Oliver Roy con la formula del “radicalizzato che si islamizza”, contrapponendola a quella dell’ “islamico che si radicalizza”:
ghettizzazione, discriminazione, mancata integrazione, disagio psichico sono elementi essenziali della “fabbrica sociale” di una violenta ribellione antisistema che talora prende la forma della radicalizzazione islamista.
Spesso si invocano come soluzioni manganelli e carceri, facendo così la fortuna dei partiti di ultradestra. Quali sono i rischi di soluzioni drastiche e unilaterali?
Molte misure proposte risentono di un pregiudizio sbagliato e socialmente pericoloso: frequentare una moschea, leggere il Corano, vestire con la jalabyia o farsi crescere la barba non significa assolutamente avere abbracciato la causa dell’islamismo radicale. Purtroppo, invece, facili speculazioni politiche incoraggiano questa interpretazione e, nel nome della sicurezza, si limitano o si mettono in discussione i diritti fondamentali di alcune comunità di fede. E’ una distorsione interpretativa e giuridica gravissima che non viene denunciata come si dovrebbe, neanche dalle forze dell’opposizione.
Sono la Chiesa cattolica ed altre confessioni religiose ad affermare che le criticità sociali non si affrontano con la repressione ma con l’intervento educativo, le politiche di risanamento dei quartieri a rischio, gli investimenti per l’istruzione.
Lei ha guidato anni fa un “Consiglio per l’islam italiano” istituito presso il Ministero dell’Interno, anche per monitorare e arginare le radicalizzazioni. Che idea si è fatto di questi fenomeni e soprattutto, quali antidoti sono assolutamente necessari?
Il Consiglio per i rapporti con l’islam, i cui membri si sono unanimemente dimessi due anni fa per la mancanza di riscontri da parte del Ministero che li aveva nominati, intendeva valorizzare alcune linee guide dell’OSCE che puntavano a creare meccanismi di “sicurezza integrata”. Si trattava di misure finalizzate alla sicurezza “di tutti”, dei nazionali come degli immigrati e delle loro comunità religiose. Attraverso opportuni percorsi di formazione dei loro leader, le comunità di fede e quindi anche quella islamica venivano coinvolte in azioni di monitoraggio e di prevenzione della radicalizzazione. E’ un modello virtuoso che ci pare che in Italia abbia dato i suoi frutti in termini di sicurezza collettiva, anche grazie al lavoro di organismi di “mediazione” come il Consiglio.
The post Attentato a Berlino. Naso: “La radicalizzazione islamista oggi nasce sul web. Si previene con l’integrazione, non con la repressione” first appeared on AgenSIR.Ma temiamo che questa buona pratica oggi sia stata archiviata a favore di misure populiste che strumentalizzano il giusto bisogno di sicurezza collettiva.