Ennesima notte da incubo a Kyiv. La difesa aerea ucraina non è purtroppo riuscita ad abbattere nessuno dei 29 missili che stavano viaggiando su una traiettoria balistica. E il bilancio delle vittime anche questa volta è importante. Le informazioni viaggiano ancora sui social e sono provvisorie. Su Telegram il sindaco di Kiev Vitali Klitschko scrive. “Secondo i medici, al momento ci sono 11 vittime dell’attacco notturno nemico a Kiev. Di queste, un uomo ferito è deceduto in ospedale stamattina. 46 persone sono rimaste ferite. 27 di loro sono state ricoverate in ospedale. Tra cui tre bambini”. Il sindaco registra danni e distruzioni in quattro quartieri della città. Il bilancio definitivo di morti e feriti è in fase di accertamento e le operazioni di soccorso sono tuttora in corso. Nel quartiere di Podilskyi, gli appartamenti dal quinto al nono piano di uno degli edifici sono stati distrutti. Un incendio è scoppiato nel quartiere di Darnytskyi, distruggendo appartamenti dal secondo al quinto piano di un edificio di 25 piani. Anche gli appartamenti di un grattacielo di 30 piani in un altro complesso sono stati interessati dalle fiamme a causa della caduta di detriti.
(Foto Caritas-Spes)
Il Sir ha raggiunto telefonicamente a Kyiv don Vyacheslav Grynevych, sacerdote missionario pallottino e direttore generale di Caritas-Spes Ucraina. “I russi hanno attaccato Kiev con missili e droni. Molti luoghi sono stati presi di mira”, racconta. “Sono riuscito a dormire solo un’ora, dopo una notte passata insonne ed ora, stiamo cercando di capire come stanno i nostri colleghi”. Il direttore della Caritas spiega che quando partono gli allarmi o appaiono sui cellulari notizie su attacchi notturni, alcuni decidono di andare nelle stazioni della metropolitana, altri nei seminterrati dei palazzi. “Ma la mattina successiva bisogna alzarsi, continuare a lavorare, a svolgere le proprie attività ma non è affatto facile. Continuiamo a vivere la nostra vita. Non abbiamo altra scelta. È difficile da spiegare come è vivere la vita quotidiana. La guerra ha le sue regole. Bisogna stare attenti a tutto e calcolare anche i tempi necessari per tornare dalla parte sinistra di Kiev a quella destra. Perché se scatta l’allarme, la città viene bloccata. E lo stesso discorso vale per i tanti fattori che determinano quali luoghi sono più sicuri e quali no”.
“La guerra, gli attacchi, gli allarmi, le minacce ti accompagnano sempre”.
(Foto Caritas-Spes)
Le attività della Caritas non si fermano. In questo momento, durante l’estate, la priorità assoluta è organizzare attività per i bambini e offrire l’opportunità di un breve periodo di relax in posti sicuri soprattutto per chi vive nei territori più vicini alla linea del fronte. Gli ucraini – dice don Grynevych – non si sentono dimenticati. “Ci giungono spesso parole di solidarietà e di vicinanza, e vedo tante persone che cercano sinceramente di sostenerci. Allo stesso tempo, però, percepisco anche una certa stanchezza: molti vorrebbero già guardare al futuro e parlare di ricostruzione e di processi di pace. Ma al momento queste rimangono prospettive molto difficili da raggiungere. Non riesco a capire come si possano avviare concreti percorsi di costruzione della pace mentre continuiamo a subire attacchi come quelli di queste ore. Proprio adesso, infatti, ricevo aggiornamenti dai nostri canali secondo cui altri droni sono diretti verso Kiev: l’attacco non è ancora terminato”. Insomma, la pace è ancora lontana. “Finché continueranno questi attacchi e finché la nostra gente continuerà a morire nelle proprie case, faccio fatica a immaginare una pace reale e concretamente possibile”.
“Una pace che significasse semplicemente lasciare campo libero all’avanzata russa non sarebbe una vera pace”.
“Forse – aggiunge il sacerdote – non ci sarebbero più combattimenti aperti, ma non sono sicuro che si possa parlare davvero di pace. Potrebbe semplicemente trasformarsi in un’altra forma di conflitto, fatta di repressione e persecuzioni”.
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