Continuiamo la riflessione sul documento del Gruppo di studio 4 del Sinodo, deputato alla revisione della Ratio fundamentalis per la formazione sacerdotale. Nel precedente articolo abbiamo trattato dell’opportunità di ripensare la formazione in una diversificazione di ambienti, che alternino l’esperienza ad intra del Seminario con quella ad extra di contesti comunitari ed ecclesiali che saranno poi quelli effettivi del ministero a cui i candidati si formano, per verificarne l’idoneità ma anche l’effettiva corrispondenza a una realtà che è ben lungi da quella quasi claustrale del Seminario di sempre.
“Il Percorso sinodale ha sollecitato una formazione dei futuri presbiteri più immersa nella realtà del Popolo di Dio con i suoi diversi carismi e ministeri e prossima ai poveri, compresa e svolta entro l’orizzonte della formazione di tutti i Battezzati (cf. DF, no. 147). Si tratta di assicurare un’esperienza formativa maggiormente omogenea alla vita che i candidati condurranno successivamente. L’itinerario formativo non deve generare ambienti artificiali distaccati dalla vita ordinaria dei fedeli, ma svolgersi a stretto contatto con il quotidiano del Popolo di Dio, in modo da abitare realmente la condizione umana e fare vera esperienza di Dio e della circolarità delle vocazioni, tutte coinvolte nella missione, in un reciproco scambio di doni” (Revisione… p. 14).
Gli “ambienti” non sono principalmente gli edifici, anche se pure quelli contano, perché gli spazi sono gli spazi della vita, e influenzano la psiche di chi ci vive: quando si parla di ambienti si parla però soprattutto di persone, perché il presbitero è (dovrebbe essere) l’uomo di comunione per eccellenza, capace di vivere la comunione e suscitarla, riconoscendo il valore di volti e voci che, insieme a lui, formano la Chiesa.
Un uomo che diverrà prete un giorno avrà la responsabilità di tante persone e allora, nella sua formazione verso quel giorno, tante persone devono imparare a prendersi la responsabilità del suo cammino vocazionale.
“Secondo il principio della corresponsabilità differenziata (cfr. DF, nn. 87-94), la responsabilità per la formazione dei futuri presbiteri non può rimaner limitata al Vescovo e a quanti sono direttamente deputati alla formazione, ma richiede l’apporto dell’insieme del Popolo di Dio. Per questo è necessario: a) che i Vescovi promuovano l’ascolto e l’interazione di persone di diverse vocazioni per l’elaborazione della Ratio nationalis e del Progetto formativo di ogni Seminario; b) che si coinvolga l’insieme del Popolo di Dio – sacerdoti, persone consacrate e laici – per la cura e il discernimento delle vocazioni, anche attraverso Centri vocazionali che favoriscano un’efficace collaborazione tra famiglie, scuole, parrocchie, educatori e catechisti, gruppi, movimenti ed associazioni di fedeli laici; c) che si prevedano valutazioni periodiche del cammino dei candidati non solo da parte dei formatori ma avvalendosi anche del parere di quanti li vedono vivere e agire in Seminario, in parrocchia, ecc., ivi inclusi gli stessi seminaristi; d) che si renda reale l’ascolto del Popolo di Dio in vista del conferimento degli Ordini sacri, consultando per gli scrutini in particolare il parroco della parrocchia d’origine, coloro presso i quali il candidato ha svolto il servizio pastorale, nonché i componenti della comunità educativa, dando la dovuta importanza anche allo sguardo e al giudizio delle donne” (Ivi, pp. 16-17).
Basterebbe con l’iniziare a coinvolgere rispettosamente le realtà di provenienza dei candidati stessi, parrocchie, movimenti, comunità, ecc. nelle quali la pluralità di voci e carismi, ministeri e differenze di genere sarebbe ipso facto assicurata, e costituirebbe un primo passo per l’integrazione di persone di varie provenienze nel discernimento del cammino formativo dei candidati al sacerdozio.
È chiaro a chiunque abbia a che fare con i Seminari che ad oggi tali realtà non vengano minimamente considerate, se non per il “pro forma” della lettera di presentazione del parroco, che poi non sarà mai più interpellato.
Le comunità che hanno visto questi ragazzi crescere (almeno nella fede), che li hanno incontrati nella ferialità e nelle più disparate circostanze sono completamente escluse sin dai primi passi di questi loro figli nella realtà nuova che li accoglie.
Il giovane che accede al Seminario viene concepito come una tabula rasa, quasi si avesse la presunzione, da parte di chi dovrebbe curarne la formazione, che la storia di fede e di vocazione del soggetto iniziasse il suo primo giorno in Seminario. In questo modo si dimentica che ognuno di noi ha una storia di salvezza che precede di gran lunga la singola fase, e ci si presta d’altro canto ad accogliere persone che non hanno alcun cammino di fede previo condiviso o riscontrabile, ma che a partire solo da se stesse hanno deciso di iniziare questo cammino del tutto al singolare – e di questo tipo di candidati i Seminari sono pieni, con tutta la fragilità che tali situazioni comportano.
Un tempo favorevole per un primo incontro tra la realtà di provenienza in cui i ragazzi hanno vissuto l’incipit della loro risposta all’elezione fondamentale alla sequela, e quella seminariale in cui vivranno l’approfondimento e la verifica di tale risposta, dovrebbe essere l’anno propedeutico, come indica la Ratio del 2024, peraltro riprendendo quasi alla lettera quella del 2016. Il tempo del propedeutico, in cui il giovane inizia a prendere le misure con la vita nuova che gli si prospetta, dovrebbe essere anche il tempo in cui l’equipe formativa del Seminario raccoglie con gratitudine il testimone da chi lo ha accompagnato fin lì.
Il condizionale è d’obbligo, perché in realtà l’anno propedeutico segna fin troppo spesso la prima grande cesura con la storia precedente del giovane, e questo anche per il fatto che, nonostante chiare indicazioni a riguardo date dalle due Ratio (2016, n. 60; 2024, nn. 22 e 27), il propedeutico si svolge nella gran parte dei casi nella struttura stessa del Seminario. Il risultato è che anche fattivamente, abitativamente, il contatto con la rete viva di rapporti che ha generato e alimentato i primi germogli della vocazione del candidato si attenua fino a scomparire – quando addirittura non è bruscamente tranciato, per il motivo su esposto di una pretesa autarchica del Seminario.
“Se, come richiama l’Introduzione alla Ratio Fundamentalis, ‘il discepolo sacerdote proviene dalla comunità cristiana e a essa ritorna’, la trama della fraternità del Popolo di Dio e con ogni fratello e sorella non può restare sospesa o marginale nel tempo della formazione iniziale. Occorre che essa rappresenti il luogo vitale, la terra buona da cui germoglia e matura l’identità del presbitero: fratello tra fratelli e sorelle nella comunità cristiana e appartenente a un presbiterio che, insieme al Vescovo e ai diaconi, costituisce il soggetto ministeriale fondamentale della Chiesa locale” (Ivi, p. 9).
Non possiamo auspicare un superamento del clericalismo inteso come autoreferenzialità protagonistica dei presbiteri, se l’ambiente della loro formazione è esso stesso autoreferenziale: solo l’apertura rispettosa del Seminario a una storia di salvezza e di vocazione che lo precede nella vita di un giovane, e lo sviluppo di un percorso formativo che alterni tempi di separazione e ritiro ad altri di impegno e condivisione nell’ordinario, potranno far sperimentare ai preti di domani il gusto e la bellezza di essere non solo “per”, ma anche “con” gli altri.
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