“Caro senatore, le scrivo per esprimere la mia profonda preoccupazione riguardo alle recenti minacce rivolte all’Iran”. Inizia così la lettera che Giampi Sciutto, professore di fisica, “preoccupato per l’escalation retorica” del presidente americano Donald Trump, ha inviato a uno dei senatori dello Stato della California.
Sciutto chiede se “esistano misure legislative, come un disegno di legge d’urgenza o una mozione specifica, che possano essere introdotte per prevenire questo potenziale conflitto e favorire la ripresa dei negoziati”. La sua è solo una delle molte lettere che in queste ore stanno raggiungendo deputati e senatori, esprimendo dissenso, condanna ma anche l’urgenza di un cambio di rotta. L’appello di Papa Leone XIV, di ieri, ha rappresentato un ulteriore incoraggiamento per questa crescente ondata di richieste di de-escalation, che da settimane si manifesta nelle piazze reali e digitali degli Stati Uniti.
“Le azioni del presidente Trump stanno trascinando il nostro Paese in un’altra guerra all’estero – che la maggioranza degli americani non desidera – senza alcuna prova che l’Iran rappresenti una minaccia imminente e senza l’autorizzazione del Congresso”, ha risposto il senatore Adam Schiff, spiegando che la sua mozione per limitare i poteri di guerra del presidente non è stata approvata. Tuttavia, Schiff ha ribadito che “il Congresso non deve rinunciare al proprio potere costituzionale né alla propria voce in questo momento critico”, sottolineando il suo impegno personale “per far sì che il presidente risponda del suo operato di fronte alla Costituzione e al popolo americano e per impedirgli di trascinare gli Stati Uniti in un’altra guerra senza fine”.
Sull’inutilità e sull’immoralità del conflitto si era espresso fin dai primi giorni anche il cardinale di Washington, Robert McElroy, che in un’intervista al Catholic Standard ha dichiarato: “Il criterio della giusta causa non è soddisfatto, perché il nostro Paese non stava reagendo a un attacco esistente o imminente e oggettivamente verificabile da parte dell’Iran”. Ha inoltre aggiunto che “l’attuale sforzo bellico non è conforme all’insegnamento cattolico sulla guerra giusta, perché è tutt’altro che chiaro che i benefici di questa guerra supereranno i danni che ne deriveranno”.
Mentre il presidente americano ha continuato a evocare la possibilità di far morire “un’intera civiltà” e di colpire ponti e centrali elettriche, senza considerazione per le vittime civili, il presidente della Conferenza episcopale statunitense ha replicato che una simile minaccia “non può essere moralmente giustificata”. Anche la rivista dei gesuiti America si è spinta ad accusare Trump di crimini di guerra “senza ombra di dubbio”, se dovesse colpire Teheran senza risparmiare i civili.
Oltre cento avvocati hanno scritto al presidente sostenendo l’illegittimità di un eventuale conflitto contro l’Iran, mentre l’ex deputata ed ex alleata di Trump, Marjorie Taylor Greene, ha chiesto martedì la sua rimozione ai sensi del 25° emendamento della Costituzione, definendo su X la retorica presidenziale sulla distruzione della civiltà iraniana “malvagia e folle”.
Nel frattempo, teologi, sacerdoti, accademici e autori cattolici di diverso orientamento, insieme a personalità dei media, si sono mobilitati sui social per ribadire che eventuali attacchi contro obiettivi civili e infrastrutture in Iran costituirebbero gravi crimini di guerra. Secondo molti, la retorica di Trump sta danneggiando profondamente la reputazione morale degli Stati Uniti; c’è anche chi ipotizza che il presidente possa esporsi, con i suoi post insistenti sulla logica della vendetta, alla giustizia internazionale, fino al tribunale dell’Aja.
Intanto, mentre scriviamo, Trump ha annunciato di aver aderito alla proposta del presidente del Pakistan per un cessate il fuoco di due settimane, a condizione che lo stretto di Hormuz venga riaperto “immediatamente”. L’annuncio è arrivato tramite Truth Social, un canale non istituzionale e non diplomatico che, nelle prossime ore, continuerà probabilmente a riflettere gli umori del presidente, più che delineare una chiara strategia di pace, come chiesta da Giampi e da molti americani al loro commander in chief.
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