“Invest in Peace: For Everyone, Everywhere, Every Day”. È il tema scelto dalle Nazioni Unite per la Giornata internazionale della pace, che si celebra il 21 settembre. Un invito a considerare la pace non soltanto come l’assenza di una guerra, ma come un investimento quotidiano nelle condizioni che permettono alle persone e alle comunità di vivere senza violenza, con diritti, sicurezza e possibilità di sviluppo. La ricorrenza arriva quest’anno in un contesto internazionale nel quale i conflitti sono diventati più numerosi e complessi e nel quale la spesa per la difesa continua a crescere. Nel messaggio per la Giornata, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, richiama proprio la necessità di investire nella pace mentre aumentano le tensioni e si indebolisce la solidarietà internazionale. I numeri del Sipri–Stockholm international peace research institute, aiutano a fotografare il paradosso. Nel 2025 la spesa militare mondiale ha raggiunto 2.887 miliardi di dollari, con un aumento reale del 2,9% rispetto al 2024. È l’undicesimo anno consecutivo di crescita. Nell’arco del decennio 2016-2025, la spesa militare globale è aumentata complessivamente del 41%. L’Europa è tra le aree nelle quali l’aumento è stato più marcato: nel 2025 la spesa militare europea è cresciuta del 14%, mentre quella di Asia e Oceania è aumentata dell’8,1%. Stati Uniti, Cina e Russia, da soli, hanno rappresentato il 51% della spesa militare mondiale, con una cifra complessiva di circa 1.480 miliardi di dollari. Il dato economico non racconta naturalmente da solo la realtà dei conflitti. Dietro le cifre ci sono persone costrette a lasciare le proprie case, infrastrutture distrutte, famiglie divise e intere generazioni che crescono in condizioni di insicurezza. L’Onu stima che oltre 120 milioni di persone siano state costrette alla fuga a causa di guerre, persecuzioni e altre forme di violenza, un fenomeno che rappresenta una delle conseguenze più visibili dell’instabilità internazionale. In questo scenario continua anche il lavoro delle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite. Oggi sono 11 le operazioni di mantenimento della pace dell’Onu, con oltre 51mila tra personale civile, militare e di polizia. Dal 1948, quando venne istituita la prima missione, più di due milioni di peacekeeper provenienti da 125 Paesi hanno prestato servizio sotto la bandiera delle Nazioni Unite. Il peacekeeping non significa soltanto presenza militare. Le missioni Onu lavorano per proteggere i civili, sostenere processi politici, favorire soluzioni non violente ai conflitti e contribuire alla costruzione delle condizioni necessarie a una pace duratura. Ma anche questo strumento internazionale deve oggi confrontarsi con una crescente complessità delle crisi e con difficoltà politiche e finanziarie. La Giornata del 21 settembre nasce proprio dall’idea che la pace debba essere una responsabilità condivisa. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite la istituì nel 1981, fissandola inizialmente al terzo martedì di settembre; dal 2001 viene celebrata ogni anno il 21 settembre. La ricorrenza è accompagnata dalla tradizionale cerimonia della Campana della pace, realizzata con monete donate dagli Stati membri dell’Onu e inaugurata nel 1954. Ottant’anni dopo la nascita delle Nazioni Unite, il messaggio della Giornata assume così una dimensione che va oltre la semplice celebrazione. Investire nella pace significa investire nella prevenzione dei conflitti, nella diplomazia, nel dialogo, nella protezione dei civili, nella cooperazione e nello sviluppo. Significa anche affrontare le cause che possono alimentare instabilità e violenza: povertà, disuguaglianze, esclusione, violazioni dei diritti e mancanza di prospettive. Il confronto tra i dati sulla spesa militare e quelli sulle persone colpite dai conflitti non offre una risposta semplice alla domanda su come costruire la pace. Mostra però la dimensione della sfida. Nel 2026 le Nazioni Unite chiedono di considerare la pace come un investimento “per tutti, ovunque, ogni giorno”: non una condizione che arriva soltanto dopo la fine delle guerre, ma un processo da costruire prima che le crisi diventino conflitti.
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Scritto il 21/09/2026