La Chiesa pone la commemorazione di tutti i fedeli defunti immediatamente dopo la solennità di Tutti i santi. Non è una semplice successione di date, ma è una scelta pedagogica per tenere viva la speranza nella patria celeste. Il 1° novembre, nei santi, noti e sconosciuti, contempliamo la vocazione di ogni persona alla santità, pienezza della comunione con Dio e con i fratelli; il 2 novembre, commemorazione dei fedeli defunti, la fede ci accompagna là dove la morte ha lasciato un’assenza, una parola sospesa, una ferita che lo scorrere del tempo non sempre riesce a lenire.
Il 2 novembre non ci chiede di nascondere le lacrime. Ogni volto amato che non possiamo più incontrare in questa terra rende concreta la fragilità della nostra condizione. Anche una memoria riconciliata conserva la nostalgia; altre volte il dolore resta attraversato da domande senza risposta. Proprio in questa esperienza la Chiesa annuncia la buona notizia: non siamo consegnati al nulla. La Risurrezione di Cristo non cancella la realtà del distacco, ma la illumina e la trasfigura. La pietra rimossa dal sepolcro proclama che la morte non è l’ultima parola sulla vita dell’uomo, ma in Cristo tutti risorgono a vita nuova.
Questa speranza assume per la Chiesa dell’Ordinariato militare un significato intenso. Nel ricordo dei Caduti di tutte le guerre, delle missioni internazionali e di quanti sono morti nell’adempimento del dovere, incontriamo non soltanto pagine della storia nazionale, ma vite concrete, uomini e donne, famiglie, progetti interrotti. Dietro ogni nome inciso su una lapide vi sono affetti, scelte, responsabilità e un futuro che non ha potuto compiersi. La riconoscenza verso di loro non può esaurirsi nel gesto, pur necessario, di una cerimonia asettica.
Nei sacrari, nei cimiteri militari e nei luoghi della memoria, la preghiera rende questo ricordo più profondo. Non è soltanto un tributo rivolto al passato, ma un atto di amore che affida ogni persona alla misericordia di Dio e sostiene chi continua a vivere con il peso dell’assenza. Alle famiglie dei Caduti desidero esprimere la vicinanza di tutta la Chiesa dell’Ordinariato: nessun riconoscimento pubblico colma il vuoto di una persona amata, ma una comunità può e deve custodirne la memoria e condividere il dolore di chi resta.
Rendere onore ai Caduti significa riconoscere il valore del servizio, la fedeltà al dovere e l’amore alla patria, quando è inteso come responsabilità verso le persone e cura del bene comune. Significa, insieme, non confondere mai il sacrificio di chi ha perduto la vita con un’esaltazione della guerra. La memoria più autentica ci rende consapevoli del prezzo umano di ogni violenza e ci sollecita a lavorare, con perseveranza, per la giustizia e la pace.
Alle nuove generazioni dobbiamo trasmettere non soltanto nomi e date, ma il senso di una responsabilità capace di custodire la dignità di ogni vita. Nessuna appartenenza, nessun interesse, né tantomeno il nome di Dio, possono giustificare l’odio e l’annientamento dell’altro. La pace non nasce dall’oblio: cresce da una memoria che sa farsi responsabilità, incontro, servizio.
San Giovanni della Croce ci ricorda in modo bello questo passaggio: “Cosa succederà dall’altra parte quando per me tutto sarà volto verso l’eternità, io non lo so. Io credo: credo soltanto che un Amore mi attende. So soltanto che allora, povero e senza pesi, dovrò fare il bilancio della mia vita. Ma non dispero, perché io credo, credo proprio che un Amore mi attende”.
Questa attesa è l’annuncio che può risanare cuori e menti ferite dalla violenza, dalla guerra, dal male degli uni contro gli altri.
Le commemorazioni religiose e civili di queste giornate ci invitano ad annunciare che non è del progetto di Dio sull’umanità essere gli uni contro gli altri, uccidere in nome di Dio o di altri pseudovalori.
(*) Ordinario militare per l’Italia
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