Per ricordare il card. Camillo Ruini ritengo doveroso partire dal fondamento, ovvero dal cuore, perché è da lì che si può comprendere il segreto di una persona. Il cuore, il fondamento della persona e dell’opera del card. Ruini, è stata senza alcun dubbio la fede. Non gli rende merito chi ne esalta o addirittura riduce tutto alla sua presenza nella scena politica del Paese. Certo, la sua fede era integrale e quindi ritenuta in grado di dare senso pieno a ogni dimensione dell’esistenza, personale e sociale. Persona e società erano però per lui ambiti di espressione della fede, che restò sempre la realtà che dava sostanza al tutto della sua vita e della sua testimonianza.
C’è poi da osservare che la fede del card. Ruini è stata sempre una fede pensata. Né poteva essere altrimenti per una persona che approcciava il reale come un intellettuale di profondo spessore, un teologo che metteva il suo pensiero a servizio della Chiesa, secondo una modalità del pensare che non si esauriva nell’ordine dei concetti, ma si esplicitava nella ricerca dell’impatto della verità con la storia.
L’insieme dei suoi interventi tendeva a dare corpo a un progetto culturale, come egli amava definirlo, che per il card. Ruini era la convinzione che il Vangelo possedesse una forza illuminante per la cultura di un popolo e che quindi fosse dovere dei credenti mostrare come, a partire dal Vangelo, potesse scaturire un modello di vita buona per tutti.
Tutto questo è stato vissuto dal card. Ruini in uno stretto legame con la Chiesa, la sua Tradizione, il suo Magistero, in particolare quello del papa San Giovanni Paolo II, di cui fu fedele interprete per la situazione della Chiesa e della nazione italiana. Ma lo stesso accadde, negli anni finali del suo servizio alla Cei, con il papa Benedetto XVI.
Da ultimo mi preme evidenziare lo spessore umano del cardinale fatto di profonde amicizie, di attenzione alle persone, e ad ogni singolo suo collaboratore.
Stargli vicino fu per me una grande scuola di ecclesialità e al tempo stesso di umanità. Mi si permetta, a tale riguardo, un ricordo personale.
Alla vigilia del Convegno ecclesiale di Verona, la cui organizzazione pratica era tutta nelle mie responsabilità, mi trovai a dover decidere se lasciare l’impegno per affrontare un difficile intervento chirurgico. Alle mie perplessità, al mio rammarico e alla mia proposta di rinviare l’operazione per non mettere in pericolo la complessa macchina organizzativa, ebbi questa immediata, disarmante risposta: “Non ti preoccupare don Giuseppe, ti sostituisco io”. Ho ricevuto grandi lezioni di governo pastorale dall’amato cardinale, ma la più preziosa, quella che porto nel cuore, è questa sua lezione di umanità: rassicurandomi, si faceva lui personalmente carico di tutto. Non era difficile essere vicino a quest’uomo e collaborare con lui per il bene della Chiesa.
Lo affidiamo al Signore, che riconoscerà nel card. Ruini un suo servo fedele, secondo la parola del Vangelo. C’è da augurarsi che la Chiesa italiana non perda l’essenziale della sua lezione di fede, di una fede che non teme il confronto con la storia, ma anzi ne illumina sempre il cammino.