Pace: You Topic Fest Rondine. Dviri e Mustafa (scrittrici): “Nello sguardo dell’altro c’è un dolore profondo quanto il tuo”

Scritto il 04/06/2026
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Quanto la guerra può strappare, Manuela Dviri, giornalista italo-israeliana, lo sa bene. Lei, nel 1998, ha perso il figlio, ucciso dagli Hezbollah mentre svolgeva il servizio di leva militare. Quanto invece pesino i pregiudizi di scelte e azioni che non dipendono in alcun modo da te, lo sa bene Sarah Mustafa, scrittrice italo-palestinese. Nata a Pavia si è trasferita a 6 anni nel campo profughi palestinese di Marka, in Giordania, convivendo tutta la vita con la diffidenza sia di una parte di mondo che dell’altra. Le due donne sono le protagoniste del secondo “Angolo del conflitto” del YouTopic Fest a Rondine, il 5 giugno.

Rondine, VI YouTopic Fest (Archivio Foto Rondine)

Formiche impazzite. “Se qualcuno ci guarda dall’alto, e vede come ci stiamo ammazzando l’uno con l’altro, penserà che siamo delle formiche impazzite”, afferma Manuela Dviri mentre parla delle guerre che Israele sta combattendo in questo momento,

“È follia pura continuare ad ammazzarsi senza arrivare a nessun risultato. La parola pace è sempre più importante, come lo è continuare a cercarla, ognuno con le sue capacità, senza arrendersi. Altrimenti non c’è futuro”.

Altrimenti la vita diventa morte continua, prosegue la giornalista. Eppure di pace se ne parla sempre meno, “assuefatti come siamo alla violenza, alla morte, ai conflitti continui. Le guerre poi si fanno sempre più tecnologiche, aumentando la distanza tra le persone. Avanzano la retorica dell’odio e del pericolo, che facilitano la disumanizzazione de “l’altro” da noi”. Sarah Mustafa ricorda una notizia dell’agosto scorso, quando a Gaza cinque giornalisti persero la vita a causa del bombardamento di un ospedale. “Un doppio trauma”, lo definisce Mustafa.

“Ci stiamo abituando alla distruzione, ai bombardamenti, ai rastrellamenti negli ospedali, all’uccisione dei giornalisti, alle notizie che riportavano di un dottore portato via in manette con ancora addosso il suo camice, a una bambina crivellata da più di 300 colpi. Nessuno dei nostri rappresentanti politici ha mai pronunciato una parola”,

sono le sue parole preoccupate, “Se permettiamo che questo avvenga al di là del Mediterraneo, diventerà valido ovunque”.

Leadership mondiali assenti. Anche Dviri rimarca la mancanza, da parte delle leadership mondiali, di prese di posizione forti, soprattutto dall’Europa: “Non ho visto nessun tentativo di summit di pace da parte dell’Ue. Solo condanne che non porteranno a nessun cambiamento nelle azioni del governo israeliano. Un conflitto di questo genere è pericoloso per l’Europa tanto quanto lo è quello tra Ucraina e Russia”. Da dove iniziare quindi per fare un passo verso il cambiamento? Mettendo di nuovo al centro le persone, che è anche la chiave del metodo Rondine.

“Capire che nello sguardo dell’altro c’è un dolore grande, profondo quanto il tuo”

precisa Sarah Mustafa – e che quindi occorre mettersi in ascolto dell’altro e del suo dolore. Ovviamente la cosa deve essere reciproca. La pace poi ha senso se viene accompagnata, o preceduta, dalla giustizia”. Per Mustafa, giustizia non è solo riprendere in mano e dare valore al diritto internazionale, ma è anche” riparare ai danni subiti dai palestinesi, porre fine alla condizione che oggi vivono nei Territori occupati, alla violenza che subiscono dai coloni e dall’esercito israeliano”; ma anche la ricostruzione di Gaza, che non passa solo da abitazioni e infrastrutture, ma da “una ricostruzione delle anime, dei lutti che hanno subito giorno dopo giorno per due anni e mezzo, perché ricordiamoci che nonostante il cessate il fuoco, la violenza non è mai finita”. Allo stesso modo, il dolore è da parte israeliana.

Strana amnesia. “Penso che sarebbe ora di smetterla di vedere il conflitto come una contrapposizione tra buoni e cattivi – dice Manuela Dviri –. Una strana amnesia ha colpito i palestinesi su quello che è avvenuto quel terribile sabato del 2023, se ne è dimenticata rapidamente anche una buona parte del mondo occidentale. Mentre gli israeliani hanno dimenticato l’attacco israeliano a Gaza, il numero dei morti, il numero dei feriti e tutto quello che è successo. Sono state due cose completamente diverse, terribili entrambe, ma quando non si riconosce che entrambe le parti in causa hanno torto, e non si cerca una soluzione comune, è molto pericoloso”.

Saving Children. Manuela Dviri un passo verso l’altro l’ha fatto, e anzi, per lei l’azione è il miglior antidoto all’inquietudine, il tema del YouTopic Fest 2026. Subito dopo la morte del figlio, ha creato, insieme alla Regione Toscana e alla Regione Umbria, il progetto Saving Children per la cura di bambini palestinesi in ospedali italiani e israeliani; grazie a questo sono stati curati in Israele tra i 13.000 e i 14.000 bambini palestinesi, abbattendo i costi elevatissimi. Il progetto è attivo ancora oggi e chiunque vi può contribuire.

“Fare qualcosa per l’altro rende meno inquieti, perché sai che stai facendo la cosa giusta”,

aggiunge Dviri. Un altro tratto distintivo di Rondine è proprio la formazione di giovani e giovanissimi, gli stessi che in Israele come in Palestina vivono la guerra e la devastazione da anni, e il cui futuro sembra già scritto. Eppure la loro voglia di vita, di normalità e di quotidianità è fortissima. L’irrefrenabile necessità di piccoli gesti, come le ragazze di Gaza che, appena annunciato il cessate il fuoco, hanno dedicato del tempo a truccarsi, hanno desiderato comprarsi qualcosa di carino da indossare.

“Sembrano cose futili e banali – commenta Mustafa – ma questo ti fa capire che nel dolore, nella tragedia, prevale la voglia di vivere”.

Indubbiamente la disperazione ha condotto qualcuno su strade violente, conclude Sarah Mustafa, “ma io credo che per la maggior parte ci sia la voglia di vivere una vita normale. Penso che anche i ragazzi israeliani abbiano voglia di riprendere la loro vita fuori dai rifugi, di andare al mare come prima e divertirsi come prima, perché questa è la natura umana”.

(*) Toscana Oggi

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