“Quando è lo Stato a uccidere, le conseguenze si propagano a catena su famiglie, vittime, personale penitenziario, avvocati e comunità. Ne soffriamo tutti, come collettività e come società”. Così Krisanne Vaillancourt Murphy, direttrice esecutiva del Catholic Mobilizing Network, porta la vicenda di Christa Pike oltre i confini del Tennessee. Alla guida di una rete nata nel 2009 che si batte per l’abolizione della pena di morte e per la giustizia riparativa, con oltre 30mila aderenti tra vescovi, diocesi, conferenze cattoliche statali, istituti religiosi e laici, allarga lo sguardo all’intero Paese, dove 27 Stati su 50 la prevedono ancora.
Che cosa rivela quanto accaduto a Christa Pike sull’attuale impiego dell’iniezione letale negli Stati Uniti?
Togliere una vita non ha nulla di normale. Nessun metodo di esecuzione è umano: l’orrore di questi giorni ce lo ricorda. Che il Tennessee abbia visto fallire due esecuzioni nel giro di pochi mesi è più che allarmante. È l’emblema stesso di quella “pena crudele e inusitata” di cui parla l’Ottavo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti.
(Foto Vatican Media/SIR)
Quando la macchina dell’esecuzione si inceppa in questo modo, il problema è il protocollo o emerge una questione più profonda, che riguarda la pena capitale in quanto tale?
Ogni esecuzione, portata a termine o meno, è in realtà un fallimento, perché è un affronto alla dignità umana. Il problema non è il protocollo, è il mito secondo cui potremmo in qualche modo difendere la vita togliendola.
Il tragico tentativo compiuto in Tennessee dovrebbe aprire gli occhi agli Stati Uniti, e a ogni Paese al mondo che prevede la pena di morte, sulla barbarie delle uccisioni autorizzate dallo Stato.
Alimentando questa spirale con le esecuzioni non rendiamo più sicure le nostre comunità né scoraggiamo alcuna violenza. Anzi, quando tolleriamo la pena capitale svalutiamo l’umanità e la vita stessa.
I fautori della pena di morte sostengono spesso che le moderne tecniche di esecuzione siano controllate, medicalizzate e umane. Questo caso mette in crisi la loro tesi?
Il sistema della pena capitale si è fatto sempre più ingannevole, pur di far apparire le esecuzioni più accettabili, asettiche e umane. Ma non sono mai nulla di tutto questo. Che una persona venga fucilata, uccisa sulla sedia elettrica, con un’iniezione o con il gas, ogni singola esecuzione spegne una vita donata da Dio, dotata di dignità e valore intrinseci. Ciascuna è un palese atto di violenza di Stato. Lo dimostrano con assoluta chiarezza i fatti sconvolgenti degli ultimi giorni.
Chi altro paga il prezzo della pena capitale?
Dobbiamo riconoscere anche l’impatto più ampio della pena di morte, i suoi danni collaterali sul bene comune. Quando è lo Stato a uccidere, le conseguenze si propagano a catena su famiglie, vittime, personale penitenziario, avvocati e comunità. Ne soffriamo tutti, come collettività e come società.
Come possono i cattolici opporsi con chiarezza alla pena di morte e, al tempo stesso, prendere sul serio il dolore di chi subisce un crimine e dei suoi cari, soprattutto di fronte a delitti particolarmente efferati?
Come Chiesa dobbiamo accompagnare le persone colpite dalla violenza, creare spazi per il lutto e cammini di guarigione e persino di perdono. Onorare la vita umana significa percorrere una strada diversa da quella della ritorsione e della vendetta.
La fede cattolica, con la Scrittura, la Tradizione e il Magistero, ci chiama a perseguire una giustizia che renda ciascuno responsabile delle proprie azioni senza perpetuare il ciclo della morte, e a sanare le ferite senza togliere un’altra vita. Occorre ricordare che ogni persona è creata a immagine di Dio, qualunque sia il male che ha causato o subito.
Siamo chiamati a rispondere al crimine e al danno in modo riparativo, permettendo a chiunque sia coinvolto di comprenderne l’impatto e di fare quanto necessario per rimediare.
Dopo la sospensione decisa dal governatore Bill Lee, quali passi concreti dovrebbero seguire, in Tennessee e nel resto del Paese?
Il primo passo è continuare a pregare: per Colleen Slemmer, la vittima di Christa Pike, perché riposi in pace, per la consolazione della sua famiglia in un momento che ne rinnova dolorosamente il trauma, e per la stessa Pike, ricoverata in ospedale in condizioni critiche.
E oltre alla preghiera?
Spetta a tutte le persone di buona volontà adoperarsi per smantellare l’attuale sistema della pena capitale. Ora è il momento di esprimere indignazione per un meccanismo che continua a devastare vite concrete, famiglie e comunità, e che getta discredito sulla nostra nazione. È tempo di battersi per una giustizia che dia valore alla dignità umana e miri a preservare la vita. Negli Stati in cui è in vigore la pena di morte dobbiamo sollecitare i governatori a disporre una moratoria immediata delle esecuzioni e i parlamenti statali a unire le forze per abolirla al più presto. Non è una questione di parte, è una questione di vita. Il mio auspicio più fervido è che l’atrocità appena consumata in Tennessee scuota la coscienza del nostro Paese, fino a porre fine alla pena di morte per sempre.