Con la consegna – avvenuta lo scorso 7 ottobre – al presidente del Senato delle oltre centomila firme raccolte, la proposta di legge denominata “Quanto mi costa?”, promossa dall’economista Carlo Cottarelli e dalla Fondazione Luigi Einaudi, ha compiuto un notevole passo verso la sua felice – si auspica – conclusione. In un momento in cui il debito pubblico, per le eccessive dimensioni raggiunte, sta mettendo in crisi le economie di mezzo mondo, l’iniziativa arriva quanto mai a proposito. La questione, tra l’altro, è sotto la lente delle banche centrali chiamate a vigilare sulla stabilità dei prezzi, sulla crescente inflazione – aggravata dai conflitti in corso – e sulla salute dei sistemi finanziari, anche a garanzia di coloro che prestano soldi agli Stati (risparmiatori e investitori istituzionali). I debiti, infatti, si pagano e con gli interessi. Per l’Italia, poi, assume un significato particolare oggi, mentre le promesse elettorali si moltiplicano a dismisura. Il disegno di legge prevede, infatti, l’obbligo per i partiti politici di “specificare nei propri programmi elettorali i costi stimati delle promesse fatte, le relative coperture finanziarie e l’eventuale ricorso al debito pubblico”. Non che tali aspetti non fossero già regolamentati. A iniziare dalla Costituzione che impone (articolo 81) l’obbligo di copertura finanziaria – nuove tasse, tagli ad altre spese o altre entrate – per ogni nuova spesa. La legge costituzionale n.1 del 2012, inoltre, come per prendere atto delle mutate esigenze sociali nel tempo intervenute, fermo restando l’equilibrio tra le entrate e le spese, ha previsto il ricorso all’indebitamento (fare deficit) al verificarsi di eventi eccezionali – gravi recessioni economiche o crisi finanziarie – previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta. D’altra parte, anche Mario Draghi, ex presidente del Consiglio e alto esperto in materia, ammette che, insieme al debito cattivo – che grava, principalmente, sulle future generazioni – vi possa essere un debito buono utilizzato per le riforme strutturali, l’istruzione, la ricerca e le infrastrutture. In altre parole, tutto quello che mira alla crescita e al benessere dei cittadini. L’Italia con i suoi oltre tremila miliardi di debito – il 138% del Prodotto interno lordo (Pil) – occupa i primi posti, nonostante le stringenti regole sui conti pubblici poste dalla tanto vituperata Unione europea. Così che, a parte il periodo della ricostruzione post-bellica, quando l’indebitamento fu finalizzato – felicemente, visti i risultati – a sostenere la spesa per la ricostruzione, negli anni successivi le cose degenerarono. Con la crisi dei partiti e con l’avvento di una classe dirigente alla quale ha fatto quasi sempre difetto competenza, correttezza e creatività, il debito è stato utilizzato, prevalentemente, per sostenere la spesa corrente e alimentare gli sprechi. Col risultato che oggi abbiamo Stati indebitati fino al collo, economie in sofferenza e cittadini insoddisfatti. Affiorano, così – in Italia come negli altri Paesi europei – quei fenomeni di disagio sociale ai quali, nel tempo, ha dato risposta, il sistema della sicurezza sociale (welfare state) sorto con l’obiettivo di ridurre la povertà, promuovere la giustizia sociale e garantire un livello minimo di benessere per tutti.
Oltre l’indebitamento, una serie di circostanze – tra cui la crisi demografica, l’allungamento dell’età media e l’aumento del rapporto tra pensionati e soggetti in età lavorativa – rende oggi sempre meno sostenibile gli oneri per la spesa sociale. Al punto che, almeno per quanto riguarda l’Italia, l’accesso alla sanità, alla previdenza, alla casa e alla formazione – diritti esistenziali e irrinunciabili – diventa ogni giorno più difficile.
Non deve meravigliare, allora, che i cittadini non trovando più nei partiti tradizionali risposta ai loro bisogni, in Italia, come nel resto dell’Europa, si rivolgano a quelle formazioni populiste di destra e di sinistra che danno, si, loro ascolto, promettono, anche, di eliminare le cause del malessere – prima fra tutte l’emigrazione – ma che, poi, non vanno al di là del semplice contentino. Almeno finora.
(*) direttore “La Vita Diocesana” (Noto)
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