Dal 2005 a oggi, la quasi totalità delle violenze commesse da coloni israeliani contro palestinesi in Cisgiordania resta impunita. È quanto emerge dal monitoraggio dell’organizzazione israeliana per i diritti umani “Yesh Din”, che documenta come oltre il 90% delle indagini si concluda senza incriminazioni e solo una minima parte arrivi a condanna. Un quadro che, secondo l’ong, evidenzia un fallimento sistematico nell’applicazione della legge e contribuisce a rafforzare un clima di impunità che favorisce il ripetersi delle violenze da parte degli stessi coloni.
(credit @yeshdin)
Coloni impuniti. I dati raccolti da Yesh Din riguardano oltre 1700 casi monitorati nel corso di due decenni (2005-2025), tra aggressioni fisiche, sparatorie, incendi dolosi, danneggiamenti di proprietà e attacchi alle coltivazioni palestinesi, furti di bestiame. Solo circa il 3% dei procedimenti ha portato a una condanna, mentre nella maggior parte dei casi le indagini vengono archiviate per presunta mancanza di prove o impossibilità di identificare i responsabili. Va aggiunto, spiegano i volontari dell’ong, che in molti casi, le vittime palestinesi di reati commessi da cittadini israeliani in Cisgiordania non presentano denuncia alla polizia israeliana, percepita come parte del sistema oppressivo. I palestinesi temono anche che presentare una denuncia possa comportare ulteriori danni per sé o per i propri familiari, sia da parte degli autori delle violenze sia delle autorità. In quasi tutti i casi in cui non viene presentata una denuncia, il reato non viene affatto indagato. Negli ultimi anni, inoltre, l’organizzazione segnala un’evoluzione del fenomeno: sempre più episodi vedrebbero coinvolti coloni armati e, in alcuni casi, anche individui in uniforme militare, con un intreccio crescente tra strutture civili degli insediamenti e apparati di sicurezza.
I dati Onu: escalation e impatto umanitario. Il quadro delineato da Yesh Din trova conferma nei dati delle Nazioni Unite. L’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha) ha registrato oltre 4.500 attacchi di coloni contro palestinesi tra il 2023 e il 2025, con almeno 50 morti, migliaia di feriti e circa 3.900 sfollati. Nel solo 2025 gli episodi documentati hanno superato quota 1.600, con una media di circa cinque al giorno. La tendenza non si è arrestata nei primi mesi del 2026. Secondo aggiornamenti recenti di Ocha, la violenza resta “elevata e persistente”, con attacchi frequenti che continuano a provocare feriti, danni materiali e nuovi sfollamenti. Dall’inizio dell’anno, oltre 2.500 palestinesi sono stati costretti a lasciare le proprie case in Cisgiordania, anche a causa delle aggressioni dei coloni e del deterioramento della sicurezza.
Geografia della violenza. Gli attacchi dei coloni si concentrano in alcune aree particolarmente sensibili della Cisgiordania. Secondo le analisi Onu, i governatorati più colpiti sono quelli di Nablus, Hebron e Ramallah, che da soli registrano una quota significativa degli episodi. Altri territori particolarmente esposti includono la Valle del Giordano e le colline a sud di Hebron, dove intere comunità rurali sono state costrette ad abbandonare le loro abitazioni a causa della pressione combinata di violenze, intimidazioni e restrizioni di accesso alla terra. Le conseguenze di questa escalation si traducono in una crescente crisi umanitaria. Gli attacchi dei coloni – spesso accompagnati da danneggiamenti a case, infrastrutture e mezzi di sussistenza – stanno contribuendo allo sfollamento forzato di nuclei palestinesi. Secondo l’Onu, decine di comunità sono state evacuate o hanno lasciato le proprie terre negli ultimi anni, mentre migliaia di famiglie vivono in condizioni di crescente insicurezza, con accesso limitato a risorse fondamentali come acqua, terra e lavoro.
(credit @yeshdin)
Un fenomeno strutturale. Per Yesh Din, la combinazione di alta incidenza delle violenze e bassissimo livello di incriminazioni indica un problema strutturale. Il mancato perseguimento dei responsabili, sottolinea l’organizzazione, contribuisce a normalizzare le aggressioni e a indebolire ulteriormente la tutela dei civili palestinesi nei territori occupati. Un’analisi che trova riscontro anche in altre ong e attivisti per i diritti umani come Peace Now e l’organizzazione palestinese Al-Haq. Per queste ultime “l’aumento della violenza e l’espansione degli insediamenti, con la progressiva annessione della Cisgiordania da parte israeliana, rischiano di compromettere ulteriormente le condizioni di sicurezza e la prospettiva di una soluzione duratura e sostenibile del conflitto israelo-palestinese”.
Visita del card. Aveline a Taybeh, in Cisgiordania (Foto diocesi Marseille)
La voce delle Chiese. Anche le Chiese di Terra Santa hanno più volte condannato le violenze dei coloni con dichiarazioni congiunte parlando “modello allarmante e non isolato” di attacchi contro comunità palestinesi ed esprimendo “grave preoccupazione” per il clima di impunità che mina lo stato di diritto. Dichiarazioni accompagnate da gesti pubblici come le visite di solidarietà a villaggi più volte colpiti come quello interamente cristiano di Taybeh, a poche decine di chilometri da Ramallah. Significative a riguardo le parole del patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, contenute nella sua ultima lettera pastorale “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”: “esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato”.
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