“Mi rendo conto che siamo stati colpiti da una mina o da un siluro. Senza perdere un istante sveglio l’unico uomo ancora addormentato nella cabina e lo aiuto a trovare il suo giubbotto di salvataggio nel buio”. È uno dei passaggi più drammatici del diario di Giorgio Enrico Scola, giovane italo-britannico di 23 anni che il 2 luglio 1940 sopravvisse all’affondamento dell’Arandora Star. Una testimonianza che oggi, a oltre ottant’anni da quella tragedia, assume un valore particolare. L’Italia, infatti, si prepara a celebrare per la prima volta la Giornata nazionale in memoria dei 446 italiani morti nel naufragio, istituita dalla legge 16 luglio 2026, n. 132. Una legge con la quale la Repubblica italiana riconosce il giorno 11 ottobre “quale Giornata nazionale in memoria di 446 italiani internati e deportati dal Regno Unito per causa di guerra, periti nel naufragio del piroscafo britannico Arandora Star, silurato da un’unità della Marina tedesca nell’Oceano Atlantico il 2 luglio 1940”.
Per la prima volta l’Italia riconosce ufficialmente una delle pagine più dolorose e meno conosciute dell’emigrazione italiana, affidando soprattutto alle scuole il compito di conservarne la memoria e trasmetterla alle nuove generazioni.
“Come molti sopravvissuti, mio padre non parlò mai delle sue esperienze durante la guerra. Come tutti gli italiani in età militare presenti in Gran Bretagna, fu arrestato e detenuto: per il solo fatto della sua nazionalità, venne dato troppo facilmente per scontato che potesse rappresentare una minaccia per la sicurezza britannica”, ci dice il figlio Julian, che ha anche voluto ricostruire, attraverso un suo diario la storia del padre, nato a Sanremo nel 1916 ma residente in Inghilterra dall’infanzia.
Giorgio viveva a Reading e studiava architettura quando, all’indomani della dichiarazione di guerra dell’Italia alla Gran Bretagna, venne arrestato come migliaia di altri connazionali classificati come “enemy aliens”, stranieri nemici. Quella misura colpì indistintamente uomini che da anni vivevano e lavoravano nel Regno Unito. Tra loro commercianti, camerieri, artigiani, professionisti, ma anche rifugiati antifascisti.
Alla fine di giugno del 1940 circa 1.500 internati italiani, tedeschi e austriaci furono imbarcati sull’Arandora Star, diretta in Canada. Le condizioni a bordo erano difficili e la nave appariva a molti come una vera unità militare: era dipinta di grigio e presentava armamenti visibili. La mattina del 2 luglio il sommergibile tedesco U-47 la colpì con un siluro al largo delle coste irlandesi. In pochi minuti si consumò il disastro. Morirono oltre 800 persone, tra cui 446 italiani, annegati insieme a tedeschi, rifugiati, membri dell’equipaggio britannico e guardie.
“Per miracolo – racconta Julian al Sir – mio padre sopravvisse. Eppure, appena dieci giorni dopo, fu costretto a salire su un’altra nave per affrontare un nuovo e pericoloso viaggio per mare, questa volta verso l’Australia. Rimase internato anche dopo la fine della guerra. Avrebbe potuto morire e finì invece per trascorrere cinque anni della sua vita dietro il filo spinato, separato dalla madre e dai fratelli. La morte di oltre 440 italiani rappresentò una perdita terribile per la piccola comunità italiana nel Regno Unito”.
Giorgio Enrico Scola ha raccontato nel suo diario, il caos di quelle ore: la corsa verso il ponte, la discesa lungo una corda, la caduta in mare e il salvataggio su una scialuppa. “Con uno sforzo sovrumano riuscirono a tirarmi a bordo, esausto”, raccontò Giorgio Scola ricordando quei momenti che gli salvarono la vita.
La tragedia dell’Arandora Star – aggiunge Julian – mostra “l’insensatezza della guerra e la crudeltà di politiche nelle quali le persone non vengono trattate come individui, ma come un gruppo bollato come pericoloso o indesiderabile: in questo caso, gli ‘stranieri nemici’. Mio padre era cittadino italiano, ma aveva trascorso gran parte della sua vita in Inghilterra, aveva studiato nelle scuole inglesi e a Londra si stava formando per diventare architetto quando Mussolini dichiarò guerra, senza tenere in alcun conto né la volontà del popolo italiano né l’impreparazione dell’Italia. Mio padre amava l’Inghilterra, vi tornò non appena gli fu possibile e nel 1953 divenne cittadino britannico”.
L’istituzione della giornata non è solo un voler ricordare un naufragio o rendere omaggio ai 446 italiani che persero la vita nell’Atlantico. Si tratta di restituire dignità a una storia rimasta troppo a lungo ai margini della memoria pubblica e di riportare l’attenzione sul contributo delle comunità italiane emigrate all’estero.
Tra le iniziative promosse, quella del 5 ottobre scorso alla Camera dei Deputati con la presentazione del volume di Francesco Morelli “Sulle tracce della nave Arandora Star”. Ma anche il docu-fil “Arandora Star – 2 luglio 1940” diretto da Danilo Caracciolo che ricostruisce la vicenda dell’affondamento della nave e altre iniziative in città italiane, con le storie di persone che avevano costruito la propria vita in Gran Bretagna e che si trovarono improvvisamente travolte dagli eventi della guerra.
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