Ho amato il sacerdozio quando ho temuto di perderlo. O di annacquarlo dicendo cose spirituali in termini mondani. O di considerare sotto sotto l’attività pastorale un pretesto per affermare il mio ego. Il sacerdozio è una cosa preziosissima messa in mani tanto piccole. Dio corre continuamente un rischio folle a mettere nelle nostre mani i suoi doni.
Via via, nei miei nove anni da prete reale, le teologie da seminarista artificiale si sono assottigliate. Non sono più così esperto in questioni ontologiche come forse dovrei continuare a essere, ma so che il presbiterato incide sul mio essere e connota la mia identità in modo irrevocabile, come quella di uno sposo e di un padre. Puoi non fare il padre, ma sai che tuo figlio sta lì e tu in fondo lo sai di fare il fuggitivo e che tuo figlio da qualche parte si chiede perché tu non ci sia e cosa ci sia di così improcrastinabile rispetto alla sua cura. Puoi non farlo, ma sai di esserlo.
Ho conosciuto la potenza del sacramento dell’ordine quando ho visto persone rinascere dopo aver ricevuto un’assoluzione o ascoltato una predicazione.
Sono stato salvato, col sacerdozio, io non ho mai fatto immani sacrifici e scelte epiche. Ho ricevuto una pienezza di vita che nella mia fantasia nichilista e adolescenziale mai avrei immaginato. Nove anni, mai un giorno banale. Mi è mancato e mi manca tenere un frugoletto mio tra le braccia, ma talvolta per i miei ragazzi sono andato a fare i colloqui a scuola con i loro professori, ho preso la macchina per andare a prenderli ubriachi in un parco, ho lavorato per guadagnare di più e portarli in montagna, ho curato le pratiche burocratiche per iscriverli al liceo e non lasciare che andassero in dispersione scolastica. Mi ero disilluso nei miei vent’anni che non avrei cambiato il mondo, ma abbiamo accolto profughi dall’Ucraina, studenti di Gaza e combattuto per i diritti dei detenuti. Ho frequentato i palazzi rinascimentali dei potenti e le catapecchie dei più poveri e una voce dall’alto mi diceva di trattare gli uni e gli altri nello stesso identico modo e una voce proveniente dal basso mi diceva “diventerai un trend”.
Ho difeso (e difenderò) il presbiterato quando correvo (e correrò) il pericolo di diventare un ateo devoto, perché puoi celebrare un funerale senza cuore, riciclare omelie e godere di una retorica ecclesiale a buon mercato che serve fondamentalmente a tenere le persone a una distanza di sicurezza canonicamente impeccabile. Svolgendo il tuo compitino puoi esonerarti dalla croce, ché in fondo il popolo che mi è affidato è l’unica cosa che vuol vedere da me: se sono moneta falsa o se porto la croce anche quando non vedo la risurrezione.
Ci sono (state) claques da cui sgusciare (non sempre) elegantemente, amici da tenerseli stretti che non hanno timore reverenziale e sanno dirti che ti stai perdendo, padri da cui essere intagliati, e madri che ti hanno annunciato un senso quando eri smarrito, e ora magari sono un po’ vecchie e ripetitive e tu non vuoi lasciarle in una RSA squallida.
Il mio letto sarà sempre un letto singolo, le mie lacrime non asciugate da alcuna. C’è una solitudine da accogliere, perché per i celibi Dio è bello ma anche terribile e tu senti nitidamente che ti dice “io sono con te” solo quando ti ha fatto il deserto attorno.
Ho imparato a pregare, anche se sono un principiante assoluto, solo quando ho pregato perché si avverasse ciò che non mi conveniva.
Amo la Messa, perché la liturgia evita la mia frammentazione, io spezzo il corpo di Cristo e io mi ritrovo come uno che spezza Cristo e viene punito con un amore più grande, incruentemente gli faccio del male e lui continua inspiegabilmente ad amarmi. La liturgia ha reso attraversabile l’inferno dei funerali dei giovani che ho celebrato. Ho benedetto una sorella mentre gli impiegati dell’AMA la stavano tumulando e sentivo, assieme a una tristezza non rendibile a parole, una gioia altrettanto ineffabile che si faceva strada in una piccola parte di me, che sento ancora incontaminata e dove so che ci sono lei e Dio che mi aspettano.
Devo essere umile, ma non insignificante, non un content creator di insulsaggini. La mia mediocrità costerebbe la disperazione di qualcuno. Devo sapere che tutto viene da Dio, ma il dovere di istruire nella fede ora è nella mia responsabilità. Devo nascondermi talvolta, non essere reperibile, ma non voglio anteporre la libertà all’amore.
Porto al polso una piccola reliquia di don Mario Torregrossa, che fu incendiato dal fidanzato di una ragazza a cui aveva consigliato di lasciarlo. Rimase ustionato nel 70% del corpo, perse la maggioranza delle dita, quasi tutti i denti, la mobilità delle gambe, ma continuò a fare il parroco per altri 11 anni e a edificare per i suoi giovani casematte di allegria. Un prete continua, continua a tenere le mani allargate dopo il Padre Nostro, e continua a dire “ancora” a tutti quelli che hanno detto “basta”.
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