Guerriglia a Milano. Fiasco: “Farsi carico del disagio dei giovanissimi e proporre una pedagogia che promette un futuro”

Scritto il 20/10/2026
da

Le immagini della guerriglia che ha fatto esplodere Milano, nei giorni scorsi, ancora sono impresse negli occhi degli italiani, sgomenti anche per l’età dei protagonisti di quelle violenze. Sono prevalentemente minorenni, infatti, gli autori delle devastazioni. Ne parliamo con il sociologo Maurizio Fiasco.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Professore, le violenze di Milano, secondo lei, di che cosa sono figlie?
Le violenze di Milano vanno interpretate su un doppio binario, ed entrambi i binari sono segno di un insuccesso, di un fallimento. Il primo binario che è andato a deragliare è stato la capacità degli apparati di intelligence e della polizia di prevenzione di individuare – laddove si fosse presentato, e si è presentato in modo clamoroso, un potenziale di insofferenza, di risentimento, di rabbia, di disagio – delle reti che, in modo manageriale, potevano riversare la loro tecnologia e la loro expertise della violenza su un ambiente che spontaneamente non genera la violenza, teleguidando gruppi, individui, alcune persone di giovanissima età. L’altro binario, l’altro clamoroso fallimento non è attribuibile a una sola componente, ma a tutti quelli che hanno una responsabilità nei confronti dell’età evolutiva. Non sono riusciti ad intercettare quel potenziale di frustrazione, di sofferenza, di disagio di una componente dell’età evolutiva, che a ben vedere aveva già tutti i segni di conoscibilità ed è esattamente quello a cui fa riferimento il presidente della Repubblica. C’è stato un deficit di interpretazione di quel disagio con una conseguente mancata assunzione di responsabilità da parte degli adulti. Quindi, c’è la convergenza di due fallimenti come due binari che a un certo punto si incrociano.

Chi sono i ragazzi autori della guerriglia a Milano?
Sono i ragazzi che hanno alle spalle – in un periodo delicatissimo della formazione della personalità, in una fase di transizione dell’età evolutiva che tutti i testi della letteratura, della scienza, della pedagogia indicano come molto suscettibile e delicata – 18 mesi di detenzione domiciliare durante il Covid: invece di risarcire, provvedere a curare, aiutare questi ragazzi, che all’epoca avevano dai 9 ai 13 anni e che hanno patito nel loro sviluppo di personalità, nella loro socialità, nei loro bisogni universali che sono persino scritti nella Dichiarazione universale dei diritti dell’infanzia, li abbiamo elegantemente ignorati. Eppure, questi ragazzi ci mandano dei messaggi attraverso diversi canali sulla loro ricerca di un senso e della scoperta di sé stessi. Un esempio, per me, è stata la partecipazione di 250mila ragazzi al concerto di Ultimo a Tor Vergata, le cui canzoni parlano di ricerca dei sentimenti, di ricerca di sé, di ricerca di senso della vita, di bisogno di socialità, di bisogno di cose altre. I partecipanti al concerto, in modo positivo, direi gentile, ci hanno lanciato un messaggio ma non è stato raccolto. Ci dice l’Istat che tra i ragazzi dai 7 ai 17 anni, rispetto a prima del Covid, è diminuita la pratica dello sport. Gli adolescenti restano confinati in casa a giocare al videogame, a guardare i social, a fare scommesse. Non solo nessuno li tira fuori da questa prigione, che, a questo punto, sembrerebbe volontaria, ma addirittura si mandano ai ragazzi dei messaggi contraddittori e diseducativi, come la richiesta di reintroduzione delle pubblicità delle scommesse e il rilancio delle scommesse stesse. Ma non basta.

Che altro?
Invece di provare a interpretare il messaggio implicito ed esplicito che i ragazzi ci mandano, la risposta è quella di inasprire gli strumenti del controllo, che è una risposta assolutamente velleitaria perché il controllo non verrà esercitato. A mio avviso, è un messaggio diseducativo anche dire che bisogna mettere i metal detector a scuola. Mi chiedo: a un luogo della felicità, della socialità, dell’apprendimento, dell’incontro tra coetanei dove gli adulti vengono messi alla prova per la loro capacità pedagogica, per la loro capacità di essere all’altezza, ci metti i varchi come agli aeroporti, alle banche, alle gioiellerie?

Dopo gli scontri a Milano, l’identikit dei responsabili si è concentrato sui “maranza”. Lei cosa dice di questa lettura?
Già l’espressione maranza è da rigettare in toto; maranza significa “Marocco” e “paranza”, è una crasi tra uno stigma rispetto a una etnia e il linguaggio della malavita milanese. Quando dici che i responsabili sono i maranza, è un capro espiatorio, ti risparmi di dire che si tratta di giovani irrequieti e violenti che chiaramente mettono in atto comportamenti inaccettabili, verso i quali occorre predisporre degli strumenti di prevenzione e anche di controllo. Tra i violenti della guerriglia c’erano figli di seconda generazione ma anche figli da sette generazioni in Italia. Per questo, il giro di vite non basta per venire a capo del fenomeno. Invece, va compresa la lezione di questi giorni e va approntato un sistema di prevenzione di polizia adeguato come fu approntato 40 anni fa, quando è riuscito il controllo della violenza politica, ma c’è stata anche un’azione di polizia molto intelligente, molto selettiva, molto adeguata. Purtroppo, non sono stati dati gli indirizzi perché gli apparati di sicurezza facessero questo, si preparassero con l’analisi, con la ricognizione nei quartieri delle città.

Ci sono, secondo lei, dei punti di contatto tra la guerriglia a Milano e le proteste degli studenti in Francia?
Sicuramente, ma non tanto sulle ragioni della protesta, ma sul network transnazionale di esperti della violenza di piazza, della violenza politica. C’è un network che ha mantenuto ormai da 30 anni, passando il testimone, i collegamenti in forme di comunicazione criptata. È come un virus che va in quiescenza e che aspetta il momento in cui le difese immunitarie si abbastano per avere una reviviscenza.

Cosa fare ora?
Si deve correre velocemente ai ripari, sia ritornando a una tradizione del fare polizia in modo illuminato, intelligente, moderno, come si riuscì a fare in altre stagioni, sia prendendo in carico la sofferenza acutissima di un segmento delle nuove generazioni molto vasto.

Serve una pedagogia proattiva, che indica un orizzonte, che prende in carico questo disagio, che offre alternative, che promette un futuro,

oppure va avanti la perversa pedagogia della violenza e del diventare adulti imparando a reiterare la violenza. Il punto è offrire un modello pedagogico sano da contrapporre ad uno malato.

The post Guerriglia a Milano. Fiasco: “Farsi carico del disagio dei giovanissimi e proporre una pedagogia che promette un futuro” first appeared on AgenSIR.