“Israele ha il diritto di impedire alle navi di raggiungere la propria costa, ma non di abbordarle in acque internazionali e di arrestarne i passeggeri. Il comportamento di Ben Gvir è inaccettabile, il suo agire viola il diritto internazionale”.
(Foto Sir)
È netto il giudizio di Gershon Baskin, analista, attivista per la pace e mediatore israeliano, da anni impegnato nel dialogo israelo-palestinese, commentando al Sir il blocco della Global Sumud Flotilla, fermata dall’Idf mentre trasportava aiuti umanitari diretti a Gaza. L’operazione, che ha portato al fermo di centinaia di attivisti – tra cui numerosi italiani – è stata accompagnata da denunce di abusi, violenze e intimidazioni durante la detenzione. Diversi partecipanti hanno riferito di percosse, minacce e trattamenti umilianti, mentre ha suscitato particolare sdegno la diffusione di video in cui gli attivisti, legati e inginocchiati, venivano derisi dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir.
“Non solo Israele non aveva alcun diritto legale di intervenire in acque internazionali – afferma Baskin – ma mi risulta anche che le navi siano state lasciate in mare. A mio avviso, questo è un comportamento che definisco criminale da parte del governo israeliano”.
L’analista, noto per aver avuto un ruolo chiave come mediatore tra Israele e Hamas nelle trattative che hanno portato nel 2011 alla liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit, tenuto prigioniero a Gaza, si sofferma poi sull’atteggiamento del ministro Ben Gvir, al centro delle critiche internazionali: “È la cosa più impressionante. Non si è trattato solo del fermo della flottiglia, ma del comportamento di un membro del governo. Lo subiamo da tre anni e mezzo.
Ben Gvir è una persona che, a mio avviso, sostiene il terrorismo dei coloni ebrei contro i palestinesi. Ha preso il controllo della polizia e del sistema carcerario e il suo agire viola il diritto internazionale.
Sappiamo che negli ultimi due anni nelle carceri israeliane sono morti circa 80 palestinesi. Questo modo di fare non dovrebbe essere accettato da nessuno, né dagli israeliani né dalla comunità internazionale”.
Possibili sanzioni. Di fronte alle reazioni di diversi Paesi – tra cui l’Italia – Baskin invita a passi più incisivi: “L’Unione europea dispone di strumenti concreti per rispondere alle violazioni del diritto internazionale e dell’accordo di associazione con Israele. Si è parlato di possibili sanzioni contro Ben Gvir, ma non basta: egli agisce come ministro del governo. È lo Stato di Israele che deve essere chiamato a rispondere e deve comprendere che esistono conseguenze”.
Nuove elezioni. Sul piano politico interno, intanto, la Knesset ha avviato l’iter per lo scioglimento e il possibile ricorso a elezioni anticipate. In questo quadro, Baskin sottolinea: “Prima si andrà a elezioni, meglio sarà. Questo governo deve finire. L’attuale Knesset è pericolosa e anche l’agenda legislativa in corso lo dimostra. Solo nuove elezioni possono offrire una possibilità a Israele di tornare a una condizione migliore rispetto a questi anni di governo Netanyahu”. A riguardo Baskin ribadisce la sua posizione, espressa già nel suo blog e sulle colonne del Jerusalem post: “Le prossime elezioni israeliane sono importanti. La sola forza militare non può risolvere questo conflitto. Israele può distruggere l’infrastruttura militare di Hamas e occupare tutta Gaza. Ma Israele non può distruggere il movimento nazionale palestinese e l’aspirazione alla libertà, così come i palestinesi non hanno potuto distruggere Israele con il terrore e la violenza. Ogni nuova guerra si è conclusa con le stesse questioni politiche irrisolte. Sotto un governo israeliano diverso, molte cose che oggi sembrano impossibili potrebbero improvvisamente diventare politicamente possibili: una seria iniziativa regionale che coinvolga l’Arabia Saudita, il sostegno internazionale alla ricostruzione di Gaza, la rinnovata negoziazione israelo-palestinese e la definitiva piena normalizzazione tra Israele e l’intero mondo arabo”. Infine, sul futuro dei rapporti con la comunità internazionale e sulla ricostruzione della fiducia sia interna alla società israeliana che in quella palestinese, l’analista non ha dubbi: “Ci vorrà molto tempo. I danni sono profondi e dovranno essere riparati con un lavoro lungo e serio”.
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