Rastrellamento del ghetto di Roma. Mons. Spreafico: “Memoria è colonna portante della storia. Non cediamo alla logica del nemico”

Scritto il 16/10/2026
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“La memoria è la colonna portante della storia. Soprattutto la Memoria di un evento che ha sconvolto il mondo, suscitato da un potere che considerava altri esseri umani “razza” inferiore, da eliminare”. Così, mons. Ambrogio Spreafico, vescovo emerito di Frosinone e grande conoscitore dell’ebraismo, spiega l’importanza della memoria in questa intervista al Sir sul rastrellamento del ghetto di Roma. Una retata antiebraica compiuta durante l’occupazione tedesca di Roma, il 16 ottobre 1943. 1.254 persone furono arrestate e oltre 1.000 furono deportate. Di queste, soltanto 16 fecero ritorno: 15 uomini e una donna. Nessun bambino tornò dalla deportazione.

16 ottobre 1943.16 ottobre 2026. Perché è importante oggi ricordare quella pagina oscura della nostra storia?

Quel 16 ottobre, in modo inaspettato, i nazisti, con la cooperazione del regime fascista, dalle 5.30 del mattino fino alle 14, arrestarono 1023 ebrei, che furono deportati nel campo di stermino di Auschwitz-Birkenau. Solo 16 sopravvissero; tra di loro si salvò una sola donna, Settimia Spizzichino, poi diventata testimone preziosa di quell’orrore. Gli ebrei italiani (italiani, dunque cittadini come noi!) furono solo una piccola parte di quei sei milioni di ebrei sacrificati all’ideologia della razza nei campi di sterminio, assieme a molti altri: persone con disabilità, zingari, oppositori politici…

Fu una vergogna che non si può dimenticare!

Foto Calvarese/SIR

Oggi però dopo il 7 ottobre, la memoria è diventata ancora più difficile. Perché? E soprattutto cosa si rischia oggi a sottovalutare la memoria?

Dopo il terribile pogrom terrorista da parte di Hamas del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele, con l’uccisione di più di 1.200 israeliani e il rapimento di 251, tutto è diventato più difficile. Spesso si assiste ad una semplificazione e ad una polarizzazione delle narrazioni. Purtroppo, la risposta militare di Israele contro Hamas e la guerra a Gaza ha provocato molti morti e tanta distruzione, con un prezzo inaudito pagato da civili innocenti, di diverse etnie e religioni: è cresciuto il clima di odio, facendo riemergere in modo violento quell’antisemitismo giacente, che si unisce all’antisionismo.

Come conseguenza di questa scia di sangue, apparentemente interminabile, alcuni pensano che il dialogo ebraico-cristiano sia arrivato a un punto morto.

Eppure, papa Leone non ha mai smesso di condannare ogni forma di antisemitismo, invocando, allo stesso tempo, il dono della pace, non solo tra israeliani e palestinesi, ma per il mondo. L’attenzione di papa Francesco e papa Leone per la comunità cattolica di Gaza e per chi ne condivide il dolore, continua a essere espressione di una paternità e di quella compassione verso i piccoli e i sofferenti, di cui noi tutti dovremmo essere portatori.

In realtà queste ricorrenze sentono il peso dell’attualità della guerra in corso in tutto il Medio Oriente, con tutte le sue tragedie…. Come superare il muro del pregiudizio verso Israele e verso il popolo ebraico?

Certo, come dicevo, si sente questo peso. Ma attenti a mettere sullo stesso piano la Shoà con quanto sta avvenendo a Gaza, nella guerra di Israele contro Hamas, e in Cisgiordania, a causa della violenza dei coloni.

Le semplificazioni della storia schiacciano i dibattiti e trascinano i cuori verso la logica del nemico, senza lasciare spazio al dialogo e alla riconciliazione.

Per questo, non deve accadere mai più che le comunità ebraiche d’Europa siano lasciate sole davanti all’insorgere dell’antisemitismo. Fa rabbrividire la ricomparsa, nel nostro continente, del simbolo della stella di Davide esposto sulle porte di case o luoghi frequentati da ebrei, l’attacco a sinagoghe e rabbini, così come le pietre d’inciampo bruciate in Italia. La stella gialla non è solo un segno di discriminazione: nella storia europea è stato il preludio burocratico e discriminatorio alla deportazione e allo sterminio di milioni di uomini, donne, bambini. Si può deprecare la guerra a Gaza e la scia di sangue e devastazione da essa provocata, ma ciò non può diventare motivo per negare la Shoà, né la legittima esistenza dello Stato di Israele. Parole e gesti antisemiti sono un cedimento alla stessa barbarie.

Quale responsabilità “in più” hanno le comunità cattoliche perché il dialogo non soccomba al pregiudizio?

Anzitutto, esiste un problema educativo. C’è la poca conoscenza del lungo cammino di amicizia tra fedi diverse, che, partendo dal Concilio Vaticano II, portò alla visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma nell’aprile 1986 e, poco dopo, all’Incontro tra le religioni di Assisi; parallelamente, i documenti della Santa Sede sul dialogo ebraico cristiano e sulla comprensione cristiane delle Scritture ebraiche, non sono sempre diventati patrimonio culturale delle nostre comunità, né nella catechesi ordinaria (con clamorosi fraintendimenti di brani del Nuovo Testamento o con intenzioni di preghiera dalla formulazione infelice), né, purtroppo, in alcune aule dell’insegnamento teologico. Ad Assisi, a quarant’anni dal sogno profetico di Giovanni Paolo II, vorremmo continuare a costruire una pace “disarmata e disarmante”, con l’Incontro di preghiera per la pace organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la Diocesi e con i Francescani, affinché il mondo esca dalla spirale della violenza e ritrovi il cammino comune della riconciliazione. Ancora prima, nella serata del 18 ottobre, proprio nel cuore del ghetto che fu teatro della ferocia nazifascista, presso il “Largo 16 ottobre”, la Comunità Ebraica romana e la Comunità di Sant’Egidio, come ogni anno, faranno memoria dei terribili eventi avvenuti nello stesso giorno del 1943.

Ricordare ci aiuta ad abbattere i muri di separazione e a riconoscerci fratelli, per fare spazio alla pace.

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