Leone XIV operato, il cappellano del Bambino Gesù: “I bambini malati pregano per lui e gli chiedono: tu come stai?”

Scritto il 15/10/2026
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Al Gianicolo la domanda arriva rovesciata: sono i piccoli pazienti a chiedere al Papa come sta. Martedì 13 ottobre, mentre Leone XIV veniva operato al Policlinico Gemelli per l’asportazione di un nodulo al polmone, i bambini dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù si sono uniti al rosario delle 18 e gli hanno fatto arrivare i loro disegni, con l’augurio di rivederlo presto “pellegrino di pace”. A febbraio era stato il Pontefice a sollecitare preghiere per l’infanzia segnata da malattie incurabili. Ora il movimento si inverte. Don Romano De Angelis, cappellano della struttura, lo spiega così: “I bambini, pur essendo loro malati, a differenza di noi adulti non sono egoisti, ripiegati su se stessi. Sanno dire anche agli altri: ‘Tu come stai?’”.

(Foto SIR)

Un’attesa senza pretese
In corsia, racconta il sacerdote, si respira “non la formalità dell’essere l’ospedale del Papa, ma la gioia e l’onore di sapere che quello è l’ospedale del Papa”. Le visite sono rare, eppure resta una certezza: “Nel cuore dei Papi il Bambino Gesù c’è”. Da qui la sensazione di trovarsi “a casa sua”, protetti “da lui che prega per noi”. Il card. Pietro Parolin, segretario di Stato, ne porta la premura a ogni visita. Di Leone XIV colpiscono, osserva don Romano, “la sua genuinità, il suo affetto, la sua vicinanza”, qualità che non si possono simulare: “Queste cose, se uno le fa per recita, danno fastidio”. Molte famiglie sperano di incontrarlo, ma con discrezione: “Non c’è una pretesa, ma c’è un’attesa”. Lo dimostra un papà peruviano che, poco dopo l’elezione, con la figlia in gravi condizioni, si era sfogato con lui: “Io lo devo dire al Papa”. All’udienza generale in Aula Paolo VI, tra porte chiuse e percorsi deviati, è riuscito a farsi notare: il Pontefice si è avvicinato e ha benedetto la bambina attraverso la foto sul cellulare.

Miguel e il rosario del Papa
Le lettere delle famiglie al Pontefice tornano al cappellano tramite la Segreteria di Stato, talvolta accompagnate da una corona. Una la porta sempre al collo Miguel, 8 anni, venezuelano. Rientrava con i familiari da un convegno della madre, pneumologa infantile, in Nord Europa, quando si è sentito male in volo: a bordo c’erano un ematologo, un pediatra e un’infermiera, e l’aereo è atterrato d’urgenza nella Capitale. Ricoverato al Gianicolo, ha sussurrato alla mamma: “Dio mi ha portato a Roma”. L’indomani ha voluto rivedere don Romano per scusarsi di non averlo accolto come desiderava, sopraffatto dai dolori, e gli ha chiesto: “Padre, la sua benedizione”. Per il papà e il fratello è stato trovato un alloggio e la rete di solidarietà che sostiene l’ospedale ha garantito un aiuto economico. Un piccolo regalo, una bustina di Lego, lo ha commosso fino alle lacrime. Domenica la famiglia è tornata a messa e, pur dovendo pagare una multa di 1.300 euro per i biglietti aerei, ha declinato altri aiuti: “No, no, Padre, basta”. Per il sacerdote è questo il modo in cui i bambini pregano, perché “la preghiera non è altro che dire: ‘Ti voglio bene’ a Dio”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Stare accanto, senza protocolli
Anche davanti alle domande di chi prega e non guarisce, ammette don Romano, “non c’è un protocollo da seguire”: serve restare vicino “in silenzio, ma con affetto, in un silenzio partecipativo”. Con i piccoli stranieri, arabi o bengalesi, che non capiscono le sue parole, ha scoperto un’altra lingua: continua a parlare “delicatamente, affettuosamente, in italiano”, finché si calmano e smettono di piangere. Un bambino di Gaza, ricoverato in area rossa, quando lui si allontanava per celebrare la messa gli faceva segno con la mano di restare. Per spiegare il suo ministero ricorre all’Eucaristia: chi accompagna è come “un pezzetto di pane, un goccetto di vino, che non vale niente”, trasformato dallo Spirito in strumento, “in modo tale che nessuno di noi possa inorgoglirsi”. La sua scuola è stata l’Unitalsi, dal 1981, dove anziani, genitori e bambini “sono stati i miei professori”. Tra loro Anna, idrocefala, che gli domandò perché gli uomini avessero messo in croce Gesù, che era tanto buono. Una domanda che capovolge quella degli adulti: “Noi diciamo: ‘Se Gesù è buono, perché i bambini soffrono?’. E una bambina che soffre mi dice il contrario”. Venerdì 9 ottobre ha celebrato il trigesimo di Giuseppe, morto a settembre nel giorno del suo quattordicesimo compleanno, che alla nonna aveva confidato: “Non ho paura, Gesù è con me”. Grazie a lui il padre, carabiniere, “è diventato figlio del suo figlio”. Quest’anno lo hanno guidato due figure bibliche: il Cireneo, costretto a portare una croce non scelta, che “si è ritrovato a fare una cosa bellissima”, e l’omonimo Giuseppe d’Egitto, venduto dai fratelli e poi loro custode. In quest’ultimo si riconosce, “con l’umiltà di chi amministra beni non suoi”: “Dio mi ha mandato qui prima di voi perché voi aveste salva la vita”.

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