Francesco insegna con la sua vita…

Scritto il 03/10/2026
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L’esperienza di Francesco di Assisi è significativa per l’oggi, spesso caratterizzata dalla frammentarietà del nostro tempo, dalla ricerca di essere a tutti i costi qualcuno per eccellere, anche a scapito degli altri, dall’inseguire il bisogno spasmodico della difesa della propria immagine. Egli ricorda la bellezza della vita trasformata nel tempo dal senso che sceglie per la sua esistenza: Cristo povero e crocifisso e il Vangelo. Vive in profondità, passo dopo passo,  la sua esperienza profondamente umana e divina sino a raggiungere in sé la propria unificazione.

I genitori, alla sua nascita, si contendono l’assegnazione del nome. Il padre al ritorno dalla Francia, dove vende le sue stoffe pregiate, decide di chiamarlo Francesco, la madre invece avrebbe voluto il nome Giovanni, in onore di Giovanni Battista.

Il padre e la madre non aiutano Francesco a sviluppare armonicamente la struttura della sua personalità, perché impegnati in vari modi ad orientare Francesco a soddisfare le loro aspettative. Il padre infatti desidera che il figlio frequenti e faccia parte dei nobili del suo tempo. La madre è soprattutto protettiva, tenera, mediatrice tra il padre e il figlio e si aspetta dal figlio di essere alter Christus come Giovanni Battista.

Le Fonti descrivono Francesco come un giovane dotato di ingegno acuto, allegro e generoso, dedito ai giochi e ai canti, che girovaga giorno e notte con gli amici, spendendo soldi in pranzi e divertimenti, cercando di eccellere anche nel vestire ( Cf. 3Comp, FF 1396). In questa fase si rifiuta di riconoscere le sue fragilità e ciò lo porta a non accettare quelle degli altri, infatti respinge i lebbrosi.

L’esperienza di Francesco nel primo periodo della sua vita richiama il nostro oggi: essere al centro ovunque e sempre, spendere tante energie per richiamare l’attenzione su di sé, ritenersi al di sopra di tutti, difendere l’autorealizzazione, quale senso unico della propria esistenza, senza accorgersi degli altri che vivono accanto, pretendere di bastare a se stessi e di sapere tutto, perché sostenuti dai social, vivere l’adolescenza senza confini senza scoprire la bellezza della cura e del dono che apre alla generatività, riflesso di una scelta di vita.

Francesco smette, quindi, di adorare se stesso e dà una svolta alla sua esistenza quando incontra il Signore: «La Sua mano si posò su di lui e la destra dell’Altissimo lo trasformò, perché, per suo mezzo, i peccatori ritrovassero la speranza di rivivere alla grazia, e restasse per tutti un esempio di conversione a Dio» (1Cel I: 2, FF  321). Scopre che il Signore agisce nella sua esistenza, che lo ama, che la sua vita ha un senso e che gli chiede di “riparare la sua casa che è tutta in rovina” (Cf.VI:10, FF 593), “vivendo secondo la forma del santo Vangelo” (Cf. Test 14-15, FF 116).

L’esperienza di Francesco interroga noi credenti:

Qual è il fondamento del nostro agire quotidiano? Come riflettiamo la presenza del Signore nel pensare, nel sentire e nell’agire?

Come accogliamo oggi le persone che non fanno parte della nostra cerchia?

Che cosa cambiare in noi per essere capaci di autentica umanità che fa scoprire nel quotidiano l’amore del Padre di Gesù Cristo e nostro?

Come superare l’antagonismo anche verbale che spesso viene usato per mettere in luce il negativo degli altri e il positivo di se stessi?

Francesco, scoprendo la bellezza della relazione con Cristo, dà una svolta al suo cammino, rinuncia all’eredità paterna e persino ai vestiti che indossa e si sveste completamente davanti al Vescovo per restituire ogni cosa al genitore.

Da un’esistenza spesa per sé e da una repulsione verso i lebbrosi passa all’accoglienza incondizionata dei rifiutati del suo tempo, nei quali scorge la presenza reale di Cristo. La relazione con il Crocifisso povero lo predispone ad un cambiamento totale di prospettiva. Francesco infatti non solo restaura delle chiese, ma si identifica con Lui. Sceglie di vivere alla lettera il Vangelo, sine proprio (Cf. Rb I:1, FF75), condividendo da minore la precarietà dei poveri, povero come e con i poveri.  Egli si libera di tutto per amare nella gratuità, coniugando così la fede con la vita.

Per Francesco la vita non è stata facile. Tornando dall’Egitto dove ha incontrato il sultano, ascolta i frati che contestano il progetto originale di vita e decide di rinunciare al governo.

Il 17 settembre 1224 si reca sulla Verna. Mentre medita sulle sofferenze di Cristo, gli appare un serafino che gli imprime le stimmate. Sperimenta la sua conformazione a Cristo nel dolore, che ormai ritiene parte della vita, e nella gioia dell’amore che riceve da Lui (Cf. Fior FF 1919).

Francesco ormai malato, quasi cieco, soggiorna a S. Damiano e, pur nella sofferenza, vive libero e unificato, senza possedere nulla, consegnato all’Altissimo.

Prima di morire, egli detta la penultima strofa del Cantico di Frate Sole (FF 263), lodando il Signore per “Sora nostra morta corporale” (Cf. Cant. 27: FF 263). Con la composizione della lauda, dimostra di essere connesso con se stesso, con Dio, con tutte le creature.

Francesco non è nato santo, ha scelto di esserlo durante il cammino della sua vita, vivendo le contraddizioni esistenziali del suo tempo guidato dall’amore per Cristo e dal Vangelo. Incontrando il Signore, rende la sua vita profondamente umana e riflesso della presenza di Dio, donando tutto di sé per amore, come il Cristo povero e crocifisso.

Oggi facciamo tante cose per Dio, ma spesso il grande assente è Lui. Francesco ha ancora qualcosa da dire oggi a ciascuno di noi, per ridare un volto umano e divino alla nostra vita di credenti?

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